27/07/2021

ACCADEMIA DEI CONCORDI

"Ci ritroviamo finalmente in presenza, nell’aprire il 441° Anno Accademico"

La relazione del Presidente Giovanni Boniolo

19/06/2021 - 16:08

FRATTA POLESINE - Questa mattina, nella cornice del bellissimo giardino di Casa Matteotti, a Fratta Polesine si è svolta l'inaugurazione del 441° anno accademico dell'Accademia dei Concordi di Rovigo. Il presidente Giovanni Boniolo, ha tenuto un interessante discorso introduttivo: "Ci ritroviamo finalmente in presenza, anche se con grande difficoltà a causa della terribile situazione pandemica che abbiamo vissuto e dalla quale sembra si stia uscendo. Ed è, perciò, con mio grande piacere che saluto questo momento e tutti Voi nell’aprire il 441° Anno Accademico. Un momento di riflessione, comunque, per chi ci ha lasciato in questi mesi: Annabella Degan, Rina Malatrasi, Paola Bordin Milan, Gianfranco Schiesaro, Paolo Francesco Bariani, Mario Bacchiega, Ariosto Degan, Vielmo Duò, Alberto Tiziani".

Prosegue poi Boniolo: "Vorrei parlarvi di ristrutturazione. Come sapete, ormai sono quasi quattro anni da quando ho iniziato questo percorso come Presidente del nostro Istituto e sono quattro anni che parlo di ristrutturazione. Sono stati quattro anni costellati da grandi soddisfazioni e anche da qualche momento di amarezza. Ora, comunque, siamo pronti per vedere l’inizio dei lavori.

Ristrutturazione’, tuttavia, ha un significato più ampio che non il semplice rimettere a posto muri, stanze, libri ecc. Ristrutturare significa strutturare su nuove basi e su nuove forme. Ecco il compito cui mi ero accinto. Non per svilire un passato, ma per prendere dal passato ciò che ha dato di positivo e su questo porre qualcosa di adatto ai tempi e alle sfide tecnologiche e sociali che il presente pone davanti e che sembra indicare per il futuro.

Da sempre il tentativo di strutturare su nuove basi ha portato con sé novità che una parte ha accolto positivamente, una parte in modo neutrale e una parte con riluttanza. La prima aiuta il rinnovamento, la seconda aspetta, la terza osteggia confondendo pagliuzze e travi.

Così è sempre stato e così sempre sarà. Ce ne accorgiamo quotidianamente nelle comunità in cui viviamo, ce ne accorgiamo nella politica locale e in quella nazionale, ce ne accorgiamo se abbiamo l’occasione di lavorare in, o per, organizzazioni nazionali o internazionali. Ma si va avanti, dal momento che ciò era in conto quando si era iniziato.

La società civile deve ristrutturarsi, pena il vivere in un passato quando intorno si crea il futuro. L’Italia deve ristrutturarsi, pena il non dare più un futuro ai propri giovani e alle proprie giovani. Il Polesine deve ristrutturarsi, pena il vivere in un provincialismo autoescludentesi. L’Accademia deve ristrutturarsi, pena il relegarsi nell’irrilevanza. E come cittadini di una società civile, come italiani, come polesani, come soci, amici o simpatizzanti dell’Accademia dobbiamo cooperare alla ristrutturazione non perché noi si abbia un giovamento, non perché la nostra visibilità possa aumentare, non perché le nostre patologie dell’ego abbiano sfogo, ma per il bene comune. Solo il bene comune è rilevante in una comunità matura e saggia.

Lasciatemi alcuni minuti per chiarire questo concetto, la cui presenza in molti discorsi di arruffapopolo è solo orpello, inteso come ciò che serve ad amplificare superficialmente, e per coloro che cadono in tale superficialità, qualcosa che è contro la realtà fattuale o concettuale.

Bene comune’ ha avuto molte definizioni e molto si è dibattuto su come debba essere inteso e in campi diversi: dalla filosofia alla politica, dalla legge alla teologia e all’economia. Sicuramente non è questo il posto giusto anche solo per accingersi a narrare le sue vicissitudini definitorie nel corso dei secoli. Ma due parole penso siano necessarie. Tutto, quasi come sempre, parte dalle riflessioni dei nostri padri greci, in special modo da Aristotele considerato il capostipite dei teorici del bene comune, anche se non ha mai usato questa specifica locuzione. Ed è nel primo libro dell’Etica nicomachea che si legge:

'Infatti, se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti, ci si può, sì, contentare anche del bene di un solo individuo, ma è più bello e più divino il bene di un popolo, cioè di intere città'. E’ questa l’idea, secondo cui il bene del singolo può fiorire solo nel bene della comunità, che poi nei secoli è stata discussa da filosofi, teologi, economisti, giuristi e disattesa da politici poco inclini a ricordare l’altissimo compito che la loro professione richiederebbe, opportunisti incuranti del futuro dei loro cari, malati di ipertrofia dell’ego et similia.

Lasciatemi solo ricordare due momenti in cui l’idea di bene comune ritorna prepotentemente alla ribalta, ma – ahimè – quasi mai di pratiche.

Il primo è nella Gaudium et spes, la costituzione pastorale promulgata da papa Paolo VI il 7 dicembre 1965, laddove si raccomanda di promuovere il bene comune e lo si intende quale “insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”. Una definizione prettamente aristotelica, ma quanti sono i politici cattolici, o in generale le donne e gli uomini che si proclamano cattolici o che frequentano la chiesa domenicalmente, che effettivamente lavorano per il bene comune?  

Il secondo momento è uno degli esiti della Commissione Rodotà per la modifica delle norme del Codice Civile in materia di beni pubblici. Nel documento finale del 14 giugno 2007 si legge, al punto 3c, che i beni comuni sono 'cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona. I beni comuni devono essere tutelati e salvaguardati dall’ordinamento giuridico, anche a beneficio delle generazioni future. Titolari di beni comuni possono essere persone giuridiche pubbliche o privati. In ogni caso deve essere garantita la loro fruizione collettiva, nei limiti e secondo le modalità fissati dalla legge'. Come sappiamo, non vi fu un seguito legislativo alle proposte della Commissione Rodotà, anche se pare che la giurisprudenza civile italiana abbia accolto la definizione qui sopra, come testimonia l’affermazione delle Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione n. 3665 del 2011 secondo cui devono ritenersi comuni, prescindendo dal titolo di proprietà, quei beni che risultino funzionali al perseguimento e al soddisfacimento degli interessi della collettività ed alla realizzazione dello Stato sociale. Ebbene, quanti sono i cittadini e le cittadine italiane che si riconoscono praticamente e non solo a parole nella formulazione della Commissione Rodotà e poi della Corte di Cassazione? Quanti lavorano per il bene comune?

Certo, si può sbagliare lavorando per il bene comune. Certo, si può urticare chi non riesce a capire che i tempi del proprio ego sono limitati e terminati. Certo, ci si può scontrare con chi non lo persegue. Ma il nostro obiettivo dovrebbe essere sempre e solo il bene comune che è il bene di chi ci sta attorno e il bene di chi ci seguirà nel tempo e che non può essere il bene di singoli individui. E, permettetemi di ricordarlo, vi è argomento fortissimo a favore del nostro lavorare per il bene comune: la finitezza della nostra vita, il fatto che prima o poi lasceremo questa terra.

Ricordiamoci sempre, a questo proposito, la frase, riportata da Tertulliano nell’Apologeticum, che veniva ripetuta al generale romano che rientrava in città dopo un trionfo: “Respice post te. Hominem te memento”. Ricordati che sei uomo; ricordati che tu passi. Già solo questa riflessione dovrebbe convincerci che il lavorare per il bene comune è un’azione di grande importante per un uomo o una donna pubblica, o per un uomo o una donna che vivono in una comunità. Il resto è orpello che verrà cancellato dalla storia, o ricordato come atto malvagio, o come atto inutile, o come atto patologico.  

Ma se il pensiero della finitezza della vita non sembra (errando) forte abbastanza, o se ci rattrista pensare che la vita sia un passaggio, che si tenga presente che a favore del bene comune vi è la solidarietà nella sua duplice veste di solidarietà verso i nostri coevi e solidarietà verso le generazioni future.

Insomma, si abbia sia il coraggio di guardarsi dentro per scoprire le nostre mancanze verso il bene comune sia la forza per ossequiare con azioni e non con omissioni o unicamente con pensieri il contenuto del motto di uno dei grandi che hanno fatto l’Accademia dei Concordi: 'L’AMOR DEL PUBBLICO BENE' (G. Silvestri, 1772)".

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