29/05/2020

CORONAVIRUS IN VENETO

"Dobbiamo invertire il paradigma, la ripartenza è un bene comune"

Questo l'appello dei Giovani imprenditori del Veneto

"Dobbiamo e vogliamo ripartire, in sicurezza, naturalmente!"

VENETO - Hanno scelto una modalità social, per condividere l’appello a ripartire in sicurezza, i presidenti dei Giovani Imprenditori delle Associazioni Confindustriali Venete.

I testimonial sono: Eugenio Calearo Ciman (Presidente Giovani Imprenditori Confindustria Veneto), Marco Dalla Bernardina (Presidente Giovani Imprenditori Confindustria Verona), Giulia Faresin (Presidente Giovani Imprenditori Confindustria Vicenza), Manuela Galante (Presidente Giovani Imprenditori Confindustria Venezia Rovigo), Marco Limana (Presidente Giovani Imprenditori Confindustria Belluno Dolomiti) e Alessandra Polin (Presidente Giovani Imprenditori Assindustria Venetocentro)

Il video, visibile al link: https://www.facebook.com/watch/?v=250152016358545, tocca molti temi: dalla necessità di contemperare le esigenze della salvaguardia della salute con quelle della tenuta del sistema economico, alla necessità di assicurare a chi torna al lavoro una assistenza per i propri figli; dalla possibilità di “regionalizzazione” delle aperture, al necessario supporto finanziario a famiglie e imprese.

IL TESTO DEL VIDEO MESSAGGIO
"Sono passati quasi due mesi dall’inizio del lockdown. Mesi in cui, il sentimento che ha unito l’Italia, è stato la paura. Paura di uscire di casa, di non poter rivedere i propri cari, di un futuro quanto mai incerto. Ora ci siamo stancati di avere paura. E’ giunto il momento, come popolo, di rialzare la testa e riprendere in mano le redini del nostro Paese. Il Governo ci aveva rassicurato promettendo misure straordinarie, ma una mano concreta alle nostre imprese non è ancora arrivata. E’ giunto il momento del coraggio, il coraggio come cittadini di andare avanti e come imprenditori di prenderci la responsabilità della salute dei nostri collaboratori. Ed è giunto il momento per la politica di avere il coraggio di fare quelle scelte, che fino ad ora non ha fatto, nascondendosi dietro al parere di esperti che, come è giusto che sia, centrano il loro intervento solo sulla sicurezza. La scienza deve consigliare ma la politica deve contemperare le esigenze importantissime di salvaguardia della salute con
quelle di tenuta del sistema economico e sociale del Paese.

Non possiamo più accettare provvedimenti in cui ci si dimentica che una madre e un padre possono lavorare solo se lo Stato li mette nelle condizioni di avere assistenza per i propri figli. Il sistema scolastico è un pilastro fondamentale per la crescita e l’educazione di bambini e ragazzi ed è un tassello fondamentale anche per la ripartenza del sistema produttivo. Non possiamo chiedere ai genitori di lavorare, pagare le tasse per la scuola pubblica e la baby sitter per la sorveglianza privata e fare anche da educatori e insegnanti. Bisogna agire su fasce d’età, orari, turnazioni, sanificazione, spazi e forme didattiche ibride; abbinando per le fasce scoperte forme complementari di welfare e innovazione sociale.

Non vogliamo più accettare distinzioni tra aziende in base ai codici ATECO, ma vogliamo che siano valutate sul loro impatto di tenuta sociale, PIL e capacità di fronteggiare il contagio. L’unica distinzione è tra chi si impegna a garantire la sicurezza dei propri collaboratori e chi non lo fa. Se è vero che le regole di comportamento per il contenimento della pandemia sono quelle identificate nei vari decreti e già condivise  tra imprese e sindacati, allora le regole possono essere rispettate dalla grande industria fino al piccolo commerciante, dallo studio professionista fino alla parrucchiera, dalla manifattura fino al ristorante. Queste regole devono essere rese più chiare, comprensibili e applicabili, dobbiamo premiare chi le rispetta e punire severamente chi trasgredisce.

Dobbiamo e vogliamo ripartire! In sicurezza, rispettando tutte le regole ma bisogna ricominciare imparando a convivere con il virus. Tante, troppe attività che potrebbero essere riaperte, rimarranno chiuse fino al primo giugno. Tra un mese sarà tardi e rischiamo che queste imprese non riaprano più. Ogni mese paghiamo 13 miliardi di euro di cassa integrazione, risorse sottratte anche al sistema sanitario e scolastico in un vortice di immobilismo economico che toglie la dignità del lavoro ai nostri collaboratori. Essi vogliono ripartire con noi, vogliono riprendersi la loro dignità contribuendo con il lavoro al benessere delle
loro famiglie e di tutto il Paese. La ripartenza è un bene comune, è un gioco cooperativo che comprende persone, imprese, commercio, sanità, trasporto, finanza, scuola e assistenza. Dobbiamo tornare ad avere un Paese aperto, dobbiamo invertire il paradigma. L’Italia non è più un’unica zona rossa. Dobbiamo dare alle regioni la facoltà di differenziare il proprio territorio, limitando ciò che eventualmente va ancora controllato ma aprendo tutto il resto.

Fino ad ora nessun aiuto concreto è stato dato alle nostre imprese! Lo Stato ha garantito dei debiti che dovremo accollarci per gli anni a venire. Purtroppo, i debiti non saranno tutti immediatamente ripagati al termine dell’emergenza. Ciò aumenterà la leva finanziaria delle imprese e la loro vulnerabilità, rendendo più difficile effettuare gli investimenti necessari per accelerare la ripresa economica. Se vogliamo ripartire lo stato deve fare 3 cose: garantire le cure sanitarie, garantire l’accesso all’istruzione e mettere le imprese nelle condizioni di poter lavorare. In questo momento dobbiamo concentrarci sul quotidiano ma deve esserci uno Stato che dia agli imprenditori una sicurezza, un supporto. Quel supporto che le imprese da sempre danno allo Stato pagando le tasse che garantiscono i servizi per tutti. Sarà proprio questa sicurezza a darci la “serenità” di poter reinventare le nostre aziende per un supercomeback".

Siamo i Presidenti G.I. di Confindustria Veneto, rappresentiamo oltre 1000 imprese associate, 30.000 lavoratori e 17 miliardi di fatturato aggregato. Siamo ragazze e ragazzi italiani che hanno deciso di dedicare la propria vita lavorativa al nostro Paese, siamo madri, siamo padri e pretendiamo di tornare a lavorare. Ora!".

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