27/11/2020

CORONAVIRUS

Confindustria contro la Regione Veneto: "Chiudere vuol dire morire"

Il presidente di Confindustria Venezia Rovigo, Marinese, scrive al presidente del consiglio Conte

Confindustria contro la Regione Veneto: "Chiudere vuol dire morire"

VENEZIA - Una lunghissima lettera del presidente di Confindustria Venezia Rovigo, Vincenzo Marinese, al presidente del consiglio Giuseppe Conte, affinché non ascolti l'appello dei governatori del Veneto, Luca Zaia, e della Lombardia, Attilio Fontana, che hanno chiesto la chiusura totale per far fronte al contagio da Coronavirus. "Apprendiamo con stupore e disappunto che c’è chi suggerisce di chiudere tutto per 15 giorni - le parole di Marinese - le chiediamo di non ascoltare quelle sirene, perché sarebbe un errore gravissimo. Toglierebbe agli imprenditori la voglia di combattere". Ecco il testo completo.

Illustrissimo Presidente del Consiglio,

in questi giorni stiamo attraversando momenti molto difficili, in cui la salute degli italiani è messa in pericolo e la tenuta del tessuto produttivo-economico del nostro Paese è a rischio. Ci rendiamo conto che Lei, e così anche tutto il Governo, è soggetto a grandi tensioni, preoccupazioni che impongono scelte complesse, che mai nessuno avrebbe voluto prendere.

La classe dirigente di questo Paese dovrebbe stare al vostro fianco, per dimostrare all’Europa e al mondo che in una fase di tale emergenza l’Italia ha la capacità di uscirne più forte. Accogliamo con favore chi dice che in questo particolare momento sia indispensabile l’unità. Quella stessa classe dirigente deve dare contributi pragmatici, che Le permettano di intraprendere azioni con la serenità e la lucidità necessarie.

A Venezia le categorie economiche, i Sindacati e il Sindaco della Città Metropolitana hanno posto come elemento irrinunciabile da un lato la tutela della salute e dall’altro la salvaguardia del tessuto economico, che vale 35 miliardi di euro con il 39% di quota export. Abbiamo, infatti, predisposto un elenco concreto di provvedimenti per tamponare gli effetti nefasti di Covid-19 e così anche abbiamo individuato le azioni da intraprendere per rilanciare l’economia al termine dell’emergenza sanitaria.

Apprendiamo con stupore e disappunto che c’è chi suggerisce di chiudere tutto per 15 giorni. Le chiediamo di non ascoltare quelle sirene, perché sarebbe un errore gravissimo. Toglierebbe agli imprenditori la voglia di combattere. Priverebbe loro della possibilità di fare ciò che sanno fare: rendere grande questo Paese! Non abbiamo il Dna per stare a casa ad attendere. Sarebbe un logorio psicologico devastante. Lo stesso vale per tutti quei lavoratori che vivono l’azienda – e ce ne sono tantissimi – come se fosse loro. Questa è la forza della nostra Pmi. Chiudere equivarrebbe a morire, con impatti devastanti anche sulla ripresa, che di sicuro ci sarà.

Abbiamo uno straordinario tessuto industriale, costituito da piccole, medie e grandi aziende che ci rende unici e che tuttavia presenta delle vulnerabilità che vanno tutelate. In concreto, ci chiediamo se chiudere tutto ad eccezione delle attività ritenute “strategiche” possa rappresentare una soluzione perseguibile. Infatti, come potremmo salvaguardare la produzione delle filiere lunghe? Pensiamo, ad esempio, al settore farmaceutico, dove sono fondamentali la chimica, il packaging, le manutenzioni, le assistenze in campo, il terziario, la logistica, la produzione di parti di ricambio, di carburanti e la loro distribuzione. Un ragionamento analogo vale per il comparto alimentare.

Bisogna, poi, ricordare che alcuni impianti industriali non possono essere bloccati ma devono essere messi in sicurezza e prevedono una multidisciplinarietà di competenze che verrebbe a mancare.

Ci permetta di accennare anche alla moda e al calzaturiero: chiudere significherebbe perdere una stagione e fare un grande regalo ai nostri competitor europei. Essi già stanno lavorando in vista della prossima stagione, con le nuove linee che vedranno il tessuto produttivo italiano in grave ritardo. Di fatto concederemmo loro la possibilità di conquistare quote di mercato che prima sembravano irraggiungibili. Ci consenta ancora: come farebbero le imprese che vivono di export, che stanno cercando con tutte le loro forze di non perdere fatturato, intrattenendo relazioni con i clienti a distanza? Alla riapertura troverebbero macerie.

Abbiamo scoperto tutti noi, in questo mese, quanto gli interessi economici degli altri Paesi prevalgano sulla solidarietà. Siamo sotto attacco da parte dei nostri concorrenti, pronti ad approfittare dei momenti di debolezza per conquistare nuove fette di mercato o di clienti. È vero: la salute viene prima di tutto e il nostro sistema sanitario sta reggendo, ma in alcuni casi rischia di arrivare al collasso. Per questo bisogna in tutti i modi bloccare la contaminazione del Coronavirus. Siamo consapevoli che la mobilità debba essere ridotta ai minimi termini e abbiamo preso coscienza che anche le nostre abitudini di vita devono cambiare. Non bisogna sentirsi più astuti degli altri ed è altrettanto fondamentale attenersi scrupolosamente al rispetto delle regole.

Ma anche in questo caso, se chiudessimo tutto, tanti italiani rimarrebbero senza un lavoro. In tale scenario, ipoteticamente sarebbe ancora più difficile controllarli e dovremmo avvalerci dell’Esercito. È questo il rischio che vogliamo correre? Sarebbe un’onta che ci segnerebbe per troppo tempo.

Nelle nostre fabbriche abbiamo già avviato controlli severissimi per tutto il personale, identificando in modo puntuale i comportamenti da assumere ed eliminando qualsiasi forma di trasferta. I rapporti interpersonali tra cliente e fornitore sono praticamente azzerati. Regole rigide, a tutela di tutte le componenti che fanno parte dell’azienda.

Dobbiamo fare in modo analogo anche per la nostra vita quotidiana: l’impresa potrebbe certificare i movimenti dei propri dipendenti, limitandoli solo ed esclusivamente – e se strettamente necessario – dal domicilio alla sede di lavoro. I Comuni dovrebbero farsi parte diligente, nel dare la più ampia comunicazione sui comportamenti che la cittadinanza deve assumere. Così anche le sanzioni devono essere immediate e prevedere per chi infrange le regole pene severe. Azioni forti, chiare, definite, puntuali, per evitare che i provvedimenti necessari diventino sempre più restringenti e per scongiurare il blocco totale delle attività produttive.

Combattiamo questa guerra tutti uniti, fianco a fianco, adottando e promulgando in ogni modo e forma un comportamento corretto ed evitiamo di arrenderci. La chiusura sarebbe una resa.

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