19/09/2020

CASO COIMPO

"Quelle quattro morti non sono bastate per fermare l'illegalità"

Le motivazioni della sentenza di condanna

"Neppure quattro morti fermarono l'illegalità"

Da sinistra, gli avvocati Matteo Ceruti, Carmelo Marcello, Marco Casellato

ROVIGO - “Dalla violazione delle autorizzazioni e dalla mancata documentazione delle uscite, i gestori dell’impianto conseguivano ingenti risparmi e guadagni. In particolare, Coimpo, non rispettando i passaggi previsti e il processo di stabilizzazione, collocando i fanghi al di fuori delle vasche deputate, facendo uscire dall’impianto quantitativi non documentati, risparmiava sui costi di movimentazione e di analisi e trattava una quantità di fanghi superiore". E’ uno dei passaggi chiave delle motivazioni della sentenza con la quale, lo scorso dicembre, il giudice Laura Contini del Tribunale di Rovigo ha condannato i vertici societari di Coimpo e Agribiofert che non avevano già patteggiato la pena, per le irregolarità nella gestione dell’impianto, comune alle due aziende, sito in località America, a Ca’ Emo, nel Comune di Adria. Lo stesso nel quale, il 22 settembre del 2014, persero la vita quattro persone, uccise da una nube tossica. Generatasi, anche in questo caso, a causa di irregolarità nella processazione dei fanghi, a quanto emerso dal processo di primo grado per omicidio colposo plurimo.

Un processo distinto da questo, ma con varie connessioni, essendone, per così dire, il capostipite: le prime irregolarità, infatti, sarebbero emerse dalla visione, da parte della polizia giudiziaria, delle riprese dell’impianto di sicurezza realizzate nei giorni precedenti la tragedia sul lavoro.

Lo scopo delle due ditte sarebbe stato di ricevere, trattare e smaltire fanghi di provenienza industriale, di cartiere o impianti di depurazione, per esempio. Agribiofert, in particolare, avrebbe dovuto trasformarli in fertilizzante da spargere poi sui campi agricoli. Secondo le tesi della Procura, in realtà, la trafila prevista dalle autorizzazioni non sarebbe stata rispettata, per velocizzare i tempi e, quindi, la quantità di fanghi trattata e massimizzare il ricavato.

Presenti, come parti civili nel procedimento, tre avvocati della rete professionale Lpteam: Matteo Ceruti per Legambiente Veneto, Carmelo Marcello per il Comune di Pettorazza Grimani, Marco Casellato per il Comune di Adria.

“La lettura delle motivazioni – spiegano – conferma quella che sempre è stata la nostra tesi: ossia quella di una gestione assolutamente irriguardosa della salute dei lavoratori e dei residenti in zona, che aveva un unico fine: la massimizzazione del profitto, con milioni di euro risparmiati mettendo a repentaglio la vita di quanti lavoravano o, comunque, si trovavano nei dintorni dell’impianto”.

“Ancora oggi, a sei anni di distanza dalla tragedia, evidentemente connessa a queste irregolarità – proseguono i tre legali di Lpteam – leggere alcuni passaggi delle intercettazioni dà i brividi. Come quando i dipendenti si lamentano perché, durante il trattamento dei fanghi con acido, sentivano il viso bruciare, il respiro mancare. Le loro lamentele, però, non furono ascoltate”.

“Le motivazioni della sentenza, poi – prosegue l’analisi degli avvocati – confermano le tesi dell’accusa e nostra: ossia che neppure dopo quattro morti i vertici delle due società cessarono mai le condotte irregolari. Proseguirono i conferimenti irregolari, le costanti violazioni della procedura corretta, i tentativi di ‘aggiustare’ le analisi. Una vicenda tristissima, scoperchiata solo grazie a quattro morti”.

“Infine – chiudono – appare confermato il danno patito dal territorio, sui cui campi sono finiti fanghi non trattati nella maniera corretta, verosimilmente con valori di determinati inquinanti fuori scala. Sconvolgente, poi, leggere quanto avvenne, durante un periodo di piogge intense, nello stabilimento, le cui vasche erano piene: si lasciò, intenzionalmente, che parte del contenuto finisse nelle scoline, contando che le forti precipitazioni avrebbero nascosto tutto”.

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