27/10/2020

ADRIA

Il ricordo delle vittime dalla Coimpo

La cerimonia per gli eroi tra fiori e lacrime a Ca' Emo

ADRIA - Si chiamavano Nicolò Bellato, 28 anni, Paolo Valesella, 53 anni, entrambi di Adria, Marco Berti, 47 anni, di Rovigo, e Giuseppe Baldan, 47 anni, di Campolongo Maggiore. Quattro vite diverse, spentesi nello stesso luogo, a pochi istanti di distanza, il 22 settembre del 2014. Inseguiti e fulminati da una nube tossica che, quel giorno, spazzò lo stabilimento Coimpo, in località America, Ca' Emo, e che solo per fortuna, poi, prese la via della campagna, piuttosto che dell'abitato.

A loro è intitolato, ora, il piazzale di Ca' Emo. E per loro, ma anche per tutti i lavoratori, perché non si muoia più sul lavoro, ogni anno, in prossimità del 21 settembre, si tiene una messa, con corteo sino al piazzale. Così è stato anche domenica 20 settembre. Nella piccola chiesa, le testimonianze, strazianti, dei familiari di chi non c'è più: il padre di Nicolò, la moglie e il figlio di Berti, il fratello di Valesella, un signore anziano che ha seguito tutto il processo, per quelle quattro morti, senza mai un gesto di rabbia, una parola di vendetta, una intemperanza. Perché - questo ha detto la sentenza di primo grado - quelle morti non sono state una tragica fatalità, ma il frutto di scelte orientate molto al profitto e poco alla sicurezza dei lavoratori. Di violazioni di legge.

Dolore e rabbia, ma anche l'orgoglio legittimo, espresso, tra le lacrime, dal padre di Nicolò, perché "Chi muore per salvare una vita ha fatto qualcosa di enorme". E, infatti, le indagini, basate sulle agghiaccianti riprese della videosorveglianza dell'azienda, hanno consentito di capire cosa accadde, quel giorno. Il primo a cadere fu Baldan, il camionista che aveva portato la cisterna di acido solforico da riversare nella vasca di fanghi da trattare. Da qui si svilupparono le esalazioni letali. Berti e Nicolò lo videro accasciarsi, mentre erano in ufficio, e corsero fuori, su un pick up, per cercare di salvarlo. Provarono a correre più veloci del vento, che portava la nube tossica, non riuscirono. Non avrebbero potuto. Magari lo sapevano anche loro, ma provarono. Valesella venne trovato in seguito, più lontano, come se avesse provato a scappare, a piedi. Una vita di lavoro, poi, finalmente, l'assunzione a tempo pieno e indeterminato. E la morte.

Quattro storie diversissime, di persone diverse, con un unico dato in comune: non sarebbe dovuta finire così. Nessuno di loro avrebbe dovuto essere chiamato a morire di lavoro, a cercare di trasformarsi in eroe. Riuscendoci, comunque.

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