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DIARIO DI VIAGGIO

Da Luang Prabang a Vang Vieng, attraversando un paradiso di montagne e villaggi dimenticati dal turismo

Caterina Zanirato racconta la penultima tappa del suo viaggio

Dopo la sosta a Luang Prabang si sono succedute tre tappe davvero toste nel nostro viaggio in Laos. Discese, ma soprattutto salite: quì, infatti, una strada piatta non esiste, nemmeno per 200 metri. La prima tappa, ad esempio, ha previsto ben 85 km con un dislivello di 1800 metri. Sono sportiva ed allenata, ma una salita così lunga (circa 25 chilometri costantemente in salita con pendenza di circa 10%) non l'avevo mai fatta in vita mia: le gambe hanno fatto fatica a reggermi. Dopo aver attraversato panorami mozzafiato di montagne dolci e picchi di roccia ricoperti di vegezione tropicale, essermi cambiata 5 volte durante il percorso perché si alternavano momenti di sole a momenti di nebbia fitta e freddo, aver pranzato in mezzo al nulla lungo una strada trafficata di camion (dato che è l'unica e tutti i mezzi pesanti che lavorano per le aziende esclusivamente cinesi devono passarci per forza distruggendo così l'asfalto) siamo arrivati a Kiew Ka Cham, un paesino che non esiste nemmeno su Google maps. Il che significa: acqua fredda, zero connessione internet e pernottamento in guest house in mezzo all'umidità e agli scarafaggi. Ma vi dirò: è stata la tappa più magica di tutto il viaggio. Solo quì mi sono sentita davvero tagliata fuori dal mondo, lontano da tutto e in mezzo a una realtà totalmente diversa: il panorama a 1800 metri era bellissimo e per una sera abbiamo dormito in mezzo a un villaggio montano del Laos, con tantissimi bimbi che corrono per strada e dormono insieme nella stessa stanza. E' difficile spiegare cosa sia vivere in questi paesi. Le luci si spengono alle 21, alle 19 sono già tutti a tavola a mangiare, le strade sono patria dei bambini che giocano o degli animali (cani, galline e maiali soprattutto) che corrono. Probabilmente in questo villaggio era anni che non vedevano persone occidentali: tutti i piccoli ci guardavano incuriositi, non avvicinandosi mai troppo a noi per paura, ma regalandoci sorrisi e saluti. La sera abbiamo mangiato in una sala adibita a ristorante, con una sorta di cucina da campo allestita nel giardino retrostante: inutile dirlo, è stata una delle cene più buone di tutto il viaggio. La sera abbiamo riscoperto i vecchi giochi di gruppo, scrivendo con carta e penna storie e indovinelli, conoscendoci meglio e parlando tra noi e con la nostra guida, Chit, che ci ha raccontato come si viveva in Laos dal '75 al '95, anno in cui il regime comunista ha riaperto le frontiere e le comunicazioni con l'estero. In quegli anni, nessuno di loro sapeva cosa succedeva nel mondo: ignoravano le mostruosità che faceva nella vicina Cambogia Pol Pot, ignoravano il muro di Berlino e la sua caduta, ignoravano il terrorismo italiano, Aldo Moro e le Brigate Rosse, ignoravano Bill Gates, l'invenzione di internet e del personal computer. Per loro c'era solo la radio ufficiale, del regime, che dava le notizie relative al Pathet Lao, partito comunista. Nessuno poteva entrare, nessuno poteva uscire dal paese. Il Laos sta sicuramente facendomi riscoprire il valore di stare insieme realmente, in comunità, senza tecnologia e individualismi inutili. Se si impara ad ascoltare gli altri davvero, si scopre che c'è ancora così tanto da scoprire dell'animo umano. E nonostante i disagi del bagno senza acqua e la polvere dei camion cinesi, posso tranquillamente dire che questa tappa rimarrà nel mio cuore per sempre. Dal piccolo paese di Kiw Ka Cham, poi, ci siamo svegliati per percorrere altri 100 km con 1400 metri di dislivello. Non certo una passeggiata, ma i panorami che ci hanno accompagnato fino a Kasi hanno valso sicuramente la pena: grandi montagne verdi che piano piano ci hanno portato in pianura, per poi risalire e poi riscendere e ritrovare un panorama completamente diverso. Se prima eravamo in un classico panorama di montagna, infatti, nella terza parte del viaggio ci siamo trovati a percorrere altipiani punteggiati da spuntoni di roccia in stile Avatar, creati dalla continua attività vulcanica del sottosuolo e ricoperti di vegetazione tropicale. Tanto che a un certo punto della tappa abbiamo voluto fermarci per fare il bagno in piscine termali naturali in mezzo alla natura. La sera abbiamo dormito a Kasi: anche in questo caso un villaggio non turistico, dove ogni luce si spegneva alle 22, ma almeno con l'acqua calda in bagno ad alleviare la fatica. Non ricordo molto di questa serata: alle 22 sono crollata a letto esausta per la stanchezza. Infine, ultima tappa, meravigliosa: la strada che da casi ci ha portati a Vang Vieng. Solo 60 chilometri, questa volta meno duri anche se in un continuo saliscendi (circa 500 metri di dislivello), perfetti per sciogliere le gambe dopo tanta fatica, che ci hanno fatto scendere lungo le dolci pianure del fiume Nam Song River. Lo spettacolo è da lasciare senza fiato: spuntoni di roccia, grotte calcaree, vegetazione tropicale regalano uno scenario da film da fantascienza. La stessa cittadina di Vang Vieng è un vero gioiello tra le rocce e il fiume. Un tempo meta di un turismo giovane e troppo caotico (era la seconda meta dopo Ko Phangan in Thailandia per i rave party e l'abuso di droga del triangolo d'oro dell'oppio Laos-Myanmar e Thailandia), ora il governo ha fatto chiudere ogni locale senza licenza, mantenendo attivi solo i bar da aperitivo lungo il Nam Song, da cui partono mongolfiere, kayak e gommoni per fare tubing e divertirsi sull'acqua. Questo paese è quindi diventata la meta preferita dei backpackers sportivi, che di giorno vogliono visitare le meraviglie della natura circostanti, come le tantissime grotte e le blue lagoon, per poi fermarsi e divertirsi (con moderazione) la sera. L'atmosfera quì è da sognatori: ammirare il tramonto tra le montagne spegnersi sul fiume, circondati di palloni colorati, in piedi su un ponte di bambù, è una sensazione che rimarrà a lungo sulla mia pelle.

Caterina Zanirato

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