25/10/2021

LA RIFLESSIONE DI UN ADRIESE

"La sanità ora si fa con le cooperative romene"

"La sanità ora si fa con le cooperative romene"

15/09/2018 - 11:17

Un mio vecchio professore di storia delle superiori, persona austera e puntigliosa, sosteneva, già verso la metà degli anni settanta del secolo scorso, che il declino dell'Italia era iniziato con la prima guerra mondiale. Quel terribile conflitto, asseriva, aveva letteralmente divorato, assieme ad alcune centinaia di migliaia di poveri contadini, un'intera classe dirigente. Si riferiva a quegli ufficiali, detti "di complemento", provenienti dal mondo civile, che, prima di indossare un'uniforme e divenire comandanti di uomini, erano stati professionisti, impresari, manager (mi si perdoni un termine non propriamente in linea con la storia del primo novecento), giornalisti, scrittori, insegnanti e studenti. Persino la categoria aulica dei poeti aveva pagato uno scotto altissimo agli orrori della guerra. Il secondo conflitto mondiale, poi, aveva azzerato ventidue anni di sforzi per ricostruire un'intera classe sociale, andando a pescare, per colmare i ranghi degli ufficiali, sempre da quello spicchio di società, già così duramente provato. Insomma, secondo l'augusto parere scolastico, l'Italia si era presentata, alla fine della seconda guerra mondiale, con un corpo dirigenziale scarno e rabberciato, al quale spettava l'arduo compito della ricostruzione materiale, ma anche morale, dello Stato. Ed è innegabile, nonostante l'opinione dell'antico docente, che qualcosa di buono siano riusciti a combinare, stante anche il grande sforzo virtuoso e la sinergia di tutte le energie nazionali reduci dalle ostilità. Ma è altrettanto indiscutibile che, da lì in poi, qualcosa non sia andato per il verso giusto, disgregando sempre più la società italiana. A parte qualche rara oasi di genialità e intraprendenza, complice anche un'innata tendenza a spendere assai poco per l'istruzione dei cittadini (ancora oggi l'Italia è quartultima, davanti a Spagna, Portogallo e Malta) e a una conseguente scolarizzazione che si attesta ben al di sotto della media dei paesi dell'Unione Europea, continuiamo a sdrucciolare per la china, accelerando sempre più, anche a causa di altri difetti peculiari che affiancano l'ignoranza. E, se l'istruzione, ancor oggi, risulta più carente al Sud, il fenomeno dell'analfabetismo funzionale, cioè quel 28% di popolazione italiana che, pur sapendo leggere, non possiede gli strumenti analitici e critici per poter interpretare correttamente quello che legge, è uniformemente, direi democraticamente, esteso da nord a sud. La nostra classe dirigente attuale, dunque, viene selezionata in un bacino a scarsa scolarizzazione, con un numero ancor più carente di laureati e con una forte presenza di quelli che Enrico Mentana ha definito, con estrema arguzia, "webeti". E la nostra amata Adria, ahi noi, non è certo immune dai mali che affliggono l'intera nazione. Le attività produttive languono e, così, i giovani emigrano, lasciando un guscio semivuoto al posto di una città che, forte di quelle rimembranze che costituiscono il bagaglio di ogni figlio migrante, ricordavo ricca di fervori e di iniziative. Rare sono le idee nuove, refrattari come siamo ad aprirci al mondo e a cercare al di là dei nostri ristretti confini possibili soluzioni al nostro impasse, sempre pronti ad amplificare per partenogenesi il disfacimento. Chi è ricco di creatività e dinamismo, si fa esule e, spesso, diviene un professionista di successo. E i nostri politici locali? Beh, in larga parte sono la fotocopia malconcia di quelli che imperversano in Regione e a Roma. Di recente, un caro amico me ne ha dato una definizione che calza a pennello: scatole vuote. Contenitori, poco spaziosi, da riempire con ossuti e raffazzonati concetti, purché minimamente efficaci dal punto di vista mediatico (come dire, più" like" che idee). Una politica non di cervello, ma di naso. Capace di fiutare l'indignazione, la frustrazione, la paura, la subalternità e divenire megafono per la rabbia o l'acquiescenza. E con un occhio, neanche tanto indiscreto, puntato a scrutare tutti coloro che (anche a loro scajoliana insaputa) sono visti come potenziali competitori. E intanto che ci si inalbera per supposizioni d'accatto e prive di fondamento e non si riesce ad alzare la testa dalla propria greppia, per provare a spaziare un po' più in là, noi affondiamo sempre più rapidamente. Ne è un sintomo l'impoverimento incessante della nostra struttura ospedaliera, che, pare, perderà un altro pediatra. Ma anche dal resto del Veneto pervengono segnali poco rassicuranti, quando si sente che, a Camposampiero, il primario di pediatria se ne sarebbe andato perché il suo reparto ha perso altri tre medici specialisti; oppure, quando giunge la notizia che il reparto di pediatria di Chioggia sembrerebbe costretto ad appoggiarsi a una cooperativa di specialisti rumeni per garantire il servizio (Governatore Zaia, se questo fosse confermato e non si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto, cosa le direbbe, se lo venisse a sapere, il ministro Salvini?). Ma per tutto questo, per un Piano socio sanitario regionale devastante per Adria e per il suo ospedale e per tutti gli altri problemi che ci strangolano come comunità, siamo rimasti in pochi e malvisti a indignarci e a provare a cambiare questo mortifero tran tran.

Enrico Naccari Cittadino adriese

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