26/01/2022

OMICIDIO PORTO VIRO

"Questa non è vita". Uccide il marito invalido

Anziana condannata a 14 anni

"Questa non è vita". Uccide il marito invalido

30/05/2018 - 10:17

PORTO VIRO - "A go scortea to papà". "Ho accoltellato tuo padre". Una frase per riassumere un gesto divampato all'improvviso, ma frutto, forse, di un lungo travaglio interiore, di una situazione difficile da sopportare, non solo per sé. E' questa la frase che si sarebbe sentito dire, nella mattinata del 17 maggio 2017, il figlio di Pasquina Pregnolato, 83 anni, e di Narciso Levizzari, il marito, colui che, appunto, sarebbe stato accoltellato nella sua abitazione di via Marangona. A pronunciare quella frase, la madre, nel breve tragitto tra il cancello e l'interno della casa. Quella mattina, poco prima delle 8, il figlio, come ogni giorno, era passato a trovare i genitori per aiutarli. Il padre, infatti, era invalido, malato di diabete. Una volta entrato, secondo la ricostruzione dei fatti portata in aula dal pubblico ministero Monica Bombana, avrebbe trovato il padre, sofferente, con una mano sulla gola, che indicava la madre, per spiegare che era stata lei, a colpirlo. Nella mattinata di mercoledì 30 maggio, di fronte alla Corte d'Assise di Rovigo, si è tenuto il processo, che vede l'anziana accusata di omicidio. Il marito, infatti, sopravvisse a quella aggressione, ma si spense successivamente il 6 giugno. Nessun dubbio, secondo la ricostruzione della Procura, di una continuità tra quelle coltellate, vibrate all'interno della bocca con un coltello da cucina, e la morte dell'anziano. Coltellate vibrate, secondo questa ricostruzione, mentre l'uomo si trovava a letto. Il movente è semplice ma tremendo allo stesso tempo, secondo la Procura. La stanchezza, la stanchezza di vedere il marito perdere sempre più autonomia, stare sempre peggio, ma anche il senso di colpa per il figlio, costretto a numerose incombenze. La "fatica della quotidianità", la ha definita l'accusa. Nelle fasi successive all'accaduto, la donna avrebbe detto: "Questa non è vita" e avrebbe cercato di rappresentare l'accaduto sì come un raptus, ma come un raptus che prima o poi sarebbe accaduto, proprio alla luce di questo contesto estremamente difficile. Sulla base di tutto questo, la Procura ha chiesto una condanna a 14 anni. La donna sarebbe risultata, alla luce dell'esame condotto dal consulente della Procura, il primario di Psichiatria Emanuele Toniolo, in grado di intendere e di volere e anche il tentativo di suicidio messo poi in atto ingerendo candeggina, sarebbe stato estremamente marginale: ne avrebbe bevuta una goccia, sputandola subito. La difesa, affidata all'avvocato Marco del Piccolo di Rovigo, ha subito spiegato di non contestare in alcun modo i fatti, ma ha sottolineato la necessità di inquadrare bene l'aspetto psicologico della vicenda, con una donna di oltre 80 anni che negli ultimi 5 anni assisteva il marito, giorno dopo giorno, lavandolo e aiutandolo nelle incombenza quotidiane, nonostante anche lei non avesse certo uno stato di salute perfetto: pochi giorni prima era stata operata di ernia inguinale, aveva superato una ischemia. "Doveva lavarlo, cambiarlo, sollevarlo - ha spiegato l'avvocato - Tutto lei, nonostante stiamo parlando di una persona di meno di 50 chili". Secondo la difesa, quindi, la anziana, al momento di colpire, non sapeva assolutamente che quanto stava facendo fosse male. "Lei stessa - ha proseguito l'avvocato - ha detto che voleva fare cessare le sofferenze del marito. Questa è una situazione della quale si sarebbero dovuti fare carico i servizi sociali. Stiamo parlando di una persona che si è sentita abbandonata, che non ce la faceva più e ha reagito in questa maniera. Certo, in seguito ha capito che quanto aveva fatto era sbagliato, ma in quel momento aveva perso lucidità e autocontrollo". La difesa ha quindi riconosciuto il vizio di mente, perlomeno parziale, così come la attenuanti generiche. La Corte, uscendo dalla camera di consiglio, ha letto una sentenza che parla di una condanna a 14 anni, con le attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti. Sarà ora facoltà della difesa, una volta lette le motivazioni, che dovrebbero essere depositate entro 60 giorni, presentare Appello.

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