31/10/2020

PO A SINISTRA

Un museo della grande guerra in Polesine, perché no?

Un museo della grande guerra in Polesine, perché no?
Gli anni del centenario della grande guerra mi sono sembrati una bella occasione per riscoprire una pagina importante del nostro percorso unitario, utili per riscoprire storie e microstorie, e per tirare fuori passioni e collezioni custodite con grande gelosia e amore da una miriade di privati cittadini che sono ancora molto legati alla guerra grande dei fanti contadini, nonni e antenati che hanno dato vita, impegno e sofferenze nell’interesse nazionale che si faceva negli oltre 600 km di trincee che costellavano il fronte italo austriaco. Eppure, anche questo centenario, ha mostrato i limiti di una frammentazione territoriale che non riesce a trovare occasioni di un migliore coordinamento capace di favorire anche uno sviluppo culturale e turistico. Di cosa parlo? Nel 2015, grazie a un contributo regionale, il Comune di Polesella riuscì a organizzare un progetto dedicato al centenario che prevedeva, tra gli altri, una mostra documentaria e di cimeli che ebbe, in poche settimane quasi un migliaio di visitatori provenienti dalla provincia e oltre. Quell’interesse testimoniava un’attenzione che, a mio avviso, avrebbe dovuto essere sfruttata dalla città capoluogo, o da altro soggetto centrale, per poter organizzare una mostra permanente da collocare in uno spazio pubblico che fosse in grado di catalizzare, in questi anni di ricordo, un turismo diretto o collaterale ad altri grandi eventi e per promuovere la città. In Polesine esistono collezionisti di armi e buffetterie, collezioni di fotografie, giornali e riviste d’epoca, divise, e altro materiale, che messo insieme avrebbe potuto rappresentare una straordinaria occasione di costruire un percorso tematico di assoluto livello. Se fosse stato poi messo in rete con i luoghi della grande guerra in Polesine (ospedali militari, l’ossario militare di Rovigo, il famedio di San Rocco a Lendinara, monumenti e parchi della rimembranza, uno splendido museo come il “Baruffaldi” di Badia Polesine) avrebbe costruito l’ossatura di un’offerta turistico culturale di assoluto rilievo. Era troppo difficile? Può darsi, ma può anche darsi che con un po’ di coordinamento in più e con qualche accortezza, diverse migliaia di turisti avrebbero potuto appassionarsi al tema proposto, con le indubbie ricadute per la città, il territorio e gli operatori. Non siamo nemmeno stati capaci di sfruttare la positiva coincidenza della presenza di un assessore regionale alla cultura polesana, Cristiano Corazzari, che a livello Veneto ha promosso progetti di qualità connessi al recupero dell’esperienza della guerra. Non averci pensato è un autentico peccato.

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