17/01/2022

CASO COIMPO

Scoppia lo scandalo delle false analisi sui fanghi

Chiuse le indagini preliminari

Scoppia lo scandalo delle false analisi sui fanghi

19/05/2018 - 20:00

ROVIGO - Se le ipotesi della Direzione distrettuale antimafia di Venezia su quanto avveniva in Coimpo e Agribiofert, ma anche in tre laboratori di analisi e in vari terreni agricoli fossero confermate, ci sarebbe molto, molto da pensare in Polesine. Perché vorrebbe dire che, nella nostra provincia, si era radicato un sistema illecito di gestione dei rifiuti, potenzialmente pericoloso, proseguito per anni, sotto gli occhi di tutte le istituzioni e tutti gli enti preposti al controllo e venuto alla luce, per quanto si sa, unicamente di fronte a una tragedia che impose, per forza di cose, di passare al pettine fitto le due aziende. Una tragedia consistente nelle quattro morti verificatesi nel settembre del 2014, quando, in pochi minuti, secondo l'attuale ricostruzione dei fatti, una nube tossica generata dal trattamento di fanghi con acido solforico avrebbe provocato la morte di tre dipendenti di quelle ditte, che condividevano in parte il medesimo sito, e dell'autotrasportatore che aveva appena conferito il carico di acido. Per quei fatti è al momento in corso un processo con otto imputati e ipotesi di reato principale quella di omicidio colposo (LEGGI ARTICOLO). E' stato dopo quel devastante lutto, il peggiore incidente sul lavoro della storia recente del Polesine, che la polizia giudiziaria, in forze e con tutte le componenti, dai carabinieri, all'allora Forestale, ad Arpav, allo Spisal, ai vigili del fuoco, piombò sullo stabilimento sito in località America, Ca' Emo, Adria, avviando verifiche che a loro volta portarono a una complessa indagine della Direzione distrettuale antimafia di Venezia. Inchiesta deflagrata lo scorso dicembre con una serie di misure cautelari, sei in tutto, che scossero il Polesine, nell'ambito di una indagine incentrata sull'ipotesi di un trattamento irregolare di rifiuti e di un loro irregolare spandimento sui terreni agricoli. Semplice l'ipotesi degli inquirenti, in primis i carabinieri Forestali. L'attività di Coimpo e Agribiofert consisteva - oggi le autorizzazioni sono state revocate dalla Provincia - nel recupero di fanghi da depurazione e altri prodotti similari che dovrebbero essere trattati come prescrive la legge e quindi spanti sui campi agricoli, come fertilizzante. Coimpo e Agribiofert avrebbero in numerose  circostanze saltato a piè pari la fase di trattamento, procedendo direttamente allo sversamento sui campi, anche in misura superiore al limite quantitativo di fango ammesso per porzione di superficie. In questo modo, si sarebbe massimizzato, in modo illecito, il profitto che era possibile ottenere, sotto due aspetti: prima risparmiando sui costi di produzione, dal momento che si evitavano, secondo l'accusa, determinate lavorazioni; poi, riducendo la superficie agricola della quale avere, dietro pagamento di un canone, la disponibilità per procedere agli spandimenti, dal momento che, sempre secondo questa ricostruzioni, non venivano rispettati i limiti di quantitativo applicabile per ettaro. E' proprio alla luce di questa ricostruzione che, a dicembre, erano arrivate le sei misure cautelari, nel frattempo attenuate. Destinatari dei provvedimenti del giudice per le indagini preliminari erano stati Gianni Pagnin, 67 anni, di Noventa Padovana, individuato come presidente del consiglio d'amministrazione e legale rappresentante di Coimpo; Mauro Luise, 57 anni, di Adria, individuato come socio di fatto di Coimpo e di Agribiofert e responsabile tecnico di entrambe; Rossano Stocco, 57 anni, di Villadose, individuato come amministratore unico e legale rappresentante di Agribiofert; Alessia Pagnin, 42 anni, di Noventa Padovana, individuata come amministratore delegato di Coimpo; Glenda Luise. 28 anni, di Adria, individuata come amministratore delegato di Coimpo; Mario Crepaldi, 63 anni, di Adria dipendente Coimpo, secondo le indagini con un ruolo molto importante nella gestione dei rifiuti. Nella parte di indagine che li aveva visti destinatari di misura cautelare, hanno scelto di patteggiare la pena, a un ammontare inferiore al tetto per la concessione della sospensione condizionale. Patteggiamento che dovrebbe formalizzarsi a breve. Nei giorni scorsi, poi, è arrivata la notifica della chiusura delle indagini preliminari da parte della Dda di Venezia. In tutto sono 34 le persone destinatarie della notifica, ritenute coinvolte a vario titolo, per differenti condotte e con differenti gradazioni di responsabilità che vengono ipotizzate. La prima ipotesi di reato è quella di associazione per delinquere, allo scopo di commettere più delitti, tra i quali il traffico illecito di rifiuti e la falsità in certificati e comunicazioni, il tutto al fine di trarre, sempre secondo questa impostazione, maggiore profitto dall'attività di gestione dei rifiuti. Viene ipotizzata a carico dei sei destinatari di misura e non viene assorbita dal patteggiamento. Il documento parla poi dello spandimento dei fanghi secondo l'accusa non trattati su vari terreni agricoli. In questo caso, le posizioni dei sei indagati principali sono invece oggetto del patteggiamento e quindi, per così dire, già definite o comunque prossime alla definizione. Questo capo di imputazione viene però contestato anche ad altri due dipendenti Coimpo, un dipendente Agribiofert, due autotrasportatori che lavoravano per conto di queste due ditte e al responsabile tecnico, nonché amministratore unico, di un laboratorio analisi di Este che avrebbe avuto un ruolo importante nella produzione di documenti falsamente attestanti la conformità di campioni. Altra condotta che viene ipotizzata è quella della indicazione, sui registri di carico e scarico di Coimpo e Agribiofert, di dati non rispondenti al vero, appunto allo scoop di mascherare, secondo questa tesi, le condotte illecite. Si arriva poi a un aspetto sinora passato, per così dire, in sordina, ma che nella notifica di chiusura delle indagini preliminari pare assumere una importanza notevole bella impostazione accusatoria: ossia il ruolo giocato da tre laboratori di analisi che avrebbero cercato in vari modi di fornire una copertura alle attività illecite attorno alle quali ruota l'indagine, producendo analisi, rapporti di prova, relazioni non rispondenti al vero. Uno scenario inquietante. Personale di un laboratorio di Podenzano, Piacenza - tre le persone prese in esame dal capo di imputazione - si sarebbero adoperate per fare in modo che un campione di correttivo calcico di Agribiofert, a maggio 2016, risultasse in regola con valori di mercurio che, invece, una precedente prova avrebbe individuato come non a norma. Si sarebbe quindi prodotto un nuovo campione, formato escludendo le parti maggiormente contaminate, e si sarebbe poi adulterato lo stesso campione con l'aggiunta di altre sostanze. Si arriva quindi a un laboratorio di Este il cui amministratore unico e responsabile tecnico, assieme  a un socio, vengono chiamati in causa per quindici rapporti di prova che tra febbraio 2013 e luglio del 2014, avrebbero riportato falsamente diciture di conformità alle nome di settore per i fertilizzanti relativamente al correttivo liquido di Agribiofert. Gli stessi due indagati vengono poi chiamati in causa per il rapporto di prova del giugno del 2015 relativo a fanghi Coimpo per i quali sarebbe stato attestato falsamente che la percentuale di rifiuto secco presente era sufficiente a consentirne lo spandimento, in Toscana, su terreni con forte pendenza. Una Regione, la Toscana, che non spunta a caso, dal momento che anche qui la Dda, di Firenze, ovviamente, ha condotto una indagine sugli spandimenti in terreni agricoli che coinvolge, oltre ad altre aziende, anche Coimpo. Il solo amministratore unico del laboratorio viene poi chiamato in causa anche per due relazioni tecniche del piano di monitoraggio e di controllo di Agribiofert, l'una del 30 luglio del 2013, l'altra del 20 luglio del 2014. Nella prima avrebbe attestato in maniera non rispondente che erano escluse non conformità significative, la seconda che avrebbe descritto in maniera non rispondente al vero le condizioni della Vasca D di Agribiofert. C'è, infine, il ruolo ipotizzato direttore tecnico di un laboratorio di San Martino di Venezze. Quest'ultimo, su "invito" di Coimpo, avrebbe rivisto al ribasso il valore dell'azoto individuato nel fango prelevato dalla vasca H di Coimpo. Il tutto con lo scopo di massimizzare la quantità di fango spandibile per ettaro sui campi, alla luce della presenza di limiti proprio relativi alla quantità massima di azoto ammissibile. Sono poi indagati 14 titolari di ditte di autotrasporto che avrebbero conferito i fanghi al centro dell'inchiesta, senza avere i requisiti di legge, ossia la iscrizione all'albo dei gestori ambientali. Cinque di loro hanno già avanzato richiesta di oblazione, per definire la loro posizione pagando una somma. Indagati anche cinque imprenditori agricoli o conduttori di fondi tra Adria, Pettorazza e Villadose, oggetto di spandimenti.  Indagati anche tre esponenti della società toscana che avrebbe dovuto ricevere i fanghi destinati ai terreni in pendenza pur non avendone i requisiti. Infine, il caso di due fondi agricoli. Qui la situazione sarebbe stata in parte differente dagli altri fondi, dal momento che il legale rappresentante avrebbe ottenuto un canone di di molto superiore a quello previsto di solito per gli spandimenti. Qui, la quantità di fanghi finita sui terreni sarebbe stata tanto elevata da trasformarli in vere e proprie discariche, con anche valori di inquinanti fuori scala. Con la notifica della chiusura delle indagini preliminari si apre una fase nella quale le difese avranno 20 giorni per presentare memorie, domandare di essere ascoltati o presentare altre istanze di questo tipo. Dopo di che la palla passerà alla Procura per l'esercizio dell'azione penale. Da parte delle difese, c'è fiducia di fornire le proprie evidenze, alternative a quelle dell'accusa.

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