22/05/2022

PANATHLON CLUB

I suoi (ex) ragazzi ricordano il Genio Gallese

13/04/2018 - 17:19

ROVIGO - Carwyn James è stato tra i più importanti e influenti personaggi del rugby mondiale della sua epoca e ancora oggi figura tra i protagonisti della storia di questo sport. Eppure la sua carriera da allenatore, dopo essere stato un giocatore di ottimo livello, è stata piuttosto breve. Il suo modo di interpretare il rugby è stato, però, quasi rivoluzionario. Tutte sfaccettature di questo straordinario personaggio e della sua epopea che sono stati ricordati nel corso della riunione del Panathlon, dopo che già la biografia del "genio gallese" era stata presentata in Comune a Rovigo (LEGGI ARTICOLO). James, più che al gioco pensava ai giocatori che nel suo immaginario erano i veri protagonisti, prima delle tattica e della tecnica. “It is a thinking game” (è un gioco di pensiero) era il suo motto e lo mise sempre in pratica stimolando i giocatori ad esprimere le loro abilità individuali senza sentirsi troppo legati ai vincoli degli schemi collettivi. Carwyn James, che per diversi anni stato docente di Letteratura, era un uomo di grande cultura “prestato” al rugby, un gioco che amava e conosceva profondamente. D'altro canto quando si nasce in un piccolo paesino del Galles come Cefneithin, poco più di 500 anime, essere coinvolti dal rugby diventa quasi naturale. La sua prima esperienza come tecnico lo vide nel 1970 alla guida del Llanelly, uno dei club storici del Galles. Gli bastò una sola stagione per essere nominato coach dei Lions che nel 1971 vinsero per la prima volta nella storia la serie dei test-match in Nuova Zelanda contro gli All Balcks, un record che ancora gli appartiene. Poi tornò ad allenare il Llanelly con il quale conquistò tre campionati nazionali e riuscì anche nell'impresa di sconfiggere ancora i neozelandesi nel 1972. L'anno successivo fu il selezionatore dei Barbarians che si impose sugli All Blacks in una delle partite più belle della storia del rugby. Nel 1976 decise che era il momento di prendersi una pausa dalla pressione del rugby britannico e accettò la proposta che gli era arrivata dal Rovigo. In Italia restò due anni ottenendo un secondo posto (1978) e uno scudetto (1979) mettendo insieme una delle squadre più forti della storia del Rovigo e del rugby italiano. Fu anche l'allenatore del XV del Presidente italiano che nel 1977 affrontò gli All Blacks a Padova perdendo di misura. Poi se ne tornò in Galles per fare il giornalista e il commentatore scrivendo e parlando di rugby alla sua maniera, colta e originale. E' morto a soli 53 anni nel 1983 in un hotel di Amsterdam a causa di un infarto, ma la sua figura e il suo ricordo sono ancora ben presenti in tutto il rugby mondiale.      Andrea Rinaldo (ex giocatore del Petrarca Padova di cui è stato anche presidente), Angelo Visentin, capitano del Rovigo di Carwyn James, Stefano Bettarello, Nino Rossi, Giuseppe Toffoli, Roberto Roversi (nella doppia veste di giocatore e giornalista) e Lello Salvan, ne hanno parlato giovedì 12 aprile al Panathlon di Rovigo. Chi ha avuto la fortuna di essere allenato da Carwyn James appartiene alla sfera nobile del rugby mondiale. Serata magica con ricordi ed aneddoti nel segno del grande allenatore gallese. Un personaggio immenso, osannato in patria e nel mondo, forse Rovigo all’epoca non ne aveva ben compreso la grandezza. Una parte del mondo del rugby scoprì Rovigo proprio grazie alla sua presenza nella città in mischia, perfino la Bbc gallese si scomodò per seguirlo al Battaglini. Tanti gli ospiti del presidente Gianpaolo Milan, anche Alun Gibbard che ha scritto la biografia del grande coach gallese (Into the Wind: the life of Carwyn James), a Rovigo grazie a Mondovale. Alla conviviale presente anche il professor Luigi Costato accompagnato da Attilio Roversi, presidente della Monti Junior Rovigo. Scrittore gallese che dopo essere stato ricevuto in Comune con tutti gli onori, ha tenuto una conferenza a Palazzo Roncale mercoledì 11 aprile, e giovedì ha incontrato gli studenti del Liceo Celio. “La prima scelta nel post Saby non fu James - ha ricordato Franco Olivieri, colui che portò il grande allenatore gallese - non sapevamo che era un personaggio favoloso, avevamo solo informazioni sulla sua carriera”. Un uomo di cultura prestato al rugby, fu anche selezionatore del Xv del Presidente che sfidò gli All Blacks a Padova come ha ricordato Andrea Rinaldi (ex Petrarca). “Per gli standard di oggi sarebbe stata la Nazionale italiana a tutti gli effetti, una vigilia intensa, James ci disse dopo la partita che l’Italia era diventata grande (la selezione mise paura alla Nuova Zelanda, ndr). Per lui ci saremmo buttati nel fuoco, prima del match ci aveva spiegato tutte le caratteristiche dei nostri avversari diretti, lo ha fatto con calma, in modo misurato, quasi ipnotico. Sentivi che eri capace di farlo, e così fu. Diceva ‘il rugby è un gioco della mente’, invidio Rovigo che lo ha avuto come coach”. “Ci lasciava molto liberi, una sola volta ci diceva cosa dovevamo fare in partita, poi in campo ci lasciava pensare, era il capitano che doveva decidere, un personaggio straordinario un carisma eccezionale” ha ricordato Angelo Visentin il capitano di quel Rovigo. Stefano Bettarello ottenne la maglia numero 10 a 19 anni proprio dal maestro gallese, una responsabilità immensa “Non ho dormito tutta la notte, per me era già un sogno allenarsi con i giocatori che erano i miti della mia gioventù, parlava poco come mio padre, ma infondeva grande fiducia, nelle prime partite mi sono guadagnato il credito per poter continuare, e ho capito quanto Carwyn James fosse importante per me quando ho saputo che non sarebbe tornato. Mi manca molto e sono onorato di averlo conosciuto”. Nino Rossi in quei due anni segnò una valanga di mete: “Era un genio, quando parlo di Carwyn James mi commuovo, perché è stato amico, papà, fratello. Avevo un problema mentale e in un incontro a due mi ha praticamente donato la forza di continuare, e soprattutto di essere accettato dai compagni. Ti faceva tirare fuori il sangue dai muri con due parole e in campo eri libero di essere te stesso senza schemi, giocavi per te e per gli altri e per la maglia che porti, questo era il coach”. “Credo che il rugby di oggi sia troppo cambiato rispetto al modo di pensare di Carwyn James  - ha spiegato Giuseppe Toffoli  - che era un poeta del gioco, abbiamo avuto una fortuna immensa ad averlo a Rovigo, dove non ha trovato condizionamenti come in Galles, e si è sentito libero di esprimersi”. “Nato in una piccola località gallese a Cefneithin (squadra di terza divisione) - ha ricordato Roberto Roversi nella doppia veste di giocatore di quella squaduovo campo da gioco il Rovigo fu invitato per una partita, ra e giornalista - quando venne inaugurato nnon c’erano gli spogliatoi, ci cambiammo in centro al paese, attraversammo il luogo tra due ali di folla che osannava Carwyn James, questo era il grande coach gallese”.

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