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L'ARTE SECONDO ME

"Viva arte viva", 57esima edizione sull'Umanesimo

“'Viva arte viva' è una Biennale con gli artisti, degli artisti e per gli artisti. 'Viva Arte Viva' è un’esclamazione, un’espressione della passione per l’arte e per la figura dell’artista.

Così Christine Macel, curatrice della 57esima edizione della kermesse veneziana e del "George Pompidou" di Parigi (qualcuno ha criticato la sua impostazione “museale”in Laguna) esplicita il suo inno ad un Umanesimo nel quale l’atto artistico è a un tempo "atto di resistenza, liberazione, generosità”.

Al centro della mostra, dunque, ecco l’artista-creatore, visionario anticipatore ma al centro della stessa, aggiungiamo noi, anche il pubblico. La 57esima Biennale infatti, declina con forza in varie modalità (sia nel suo percorso nei nove capitoli di Macel sia negli 86 padiglioni nazionali) il dialogo diretto tra artista e pubblico. La distanza e la mediazione (spesso compiuta da "curatelieautoreferenziali") si riduce ulteriormente secondo una necessità di contemporaneità dell’arte. "Hashtag format" e "Hashtag espace" ne sono da sempre fautori e per così dire promotori: nell'epoca della “società liquida” quella distanza deve annullarsi.

Alla Biennale gli artisti siedono a tavola con il pubblico nelle "open table" concepite per condividere pranzo e idee, si raccontano in brevi video nel progetto “pratiche d’artista" e ne “La mia biblioteca” riuniscono le loro letture preferite per metterle a disposizione dei visitatori. L’ ”interazione performativa” connota innanzitutto il cammino dei “nove capitoli” di Macel in un percorso dall’io verso l’altro. Nel padiglione “degli artisti e dei libri” si celebra l'optium romano, l’inerzia laboriosa, che è l’humus del creatore. Franz West lo rappresenta esteticamente con le sue chaises longues (riposo riflessivo). Nel padiglione “delle gioie e delle paure” che racconta le emozioni nell’epoca dei conflitti c’è Kiki Smith con le sue figure “isolate e sospese”. Il padiglione "dello spazio comune” accoglie Maria Lai che con i suoi nastri e fili propone una metafora dei legami. Giganteggia, poi, il vincitore del Leone D’oro Franz Erhard Walter con i suoi Wallformation: si tratta di sculture performative tessili da vivere in simbiosi con lo spazio. Nel padiglione “della terra”, invece, le utopie sull’ambiente e altro ancora.

Petrit Halilaj con “Do you realise there is a rainbow even if it's night ha meritato la menzione speciale perché la sua falena che evoca l’arcobaleno anche nella notte trasmette poesia e speranza. Il padiglione da conto anche dei lavori dei collettivi Oho, di The Play e dell’ambientalista argentino Uriburu (che ha sversato del colorante verde nel Canal Grande). Al padiglione “delle tradizioni”, ecco un recupero delle radici nei "Translated Vases" di Sookyung, che riassembla in una nuova creazione contemporanea vasi coreani in ceramica rotti. Anri Sala fa suonare invece un carillon su una fine carta da parati. Nel padiglione “degli sciamani”, una tenda da vivere (a piedi nudi), un fare arte curativo con Ernesto Neto. Nel padiglione “Dionisiaco” si celebra la donna e le sue anime, sesso femminile ed estasi mistica come in "Grotta profundaaprofundida" di Pauline Jardin (dove si entra in una grotta-vagina al cui ingresso appare un video di Bernadette di Lourdes in “apparizione divina”).

Kader Attia installa voci, anche transgender, e le combina con grani di semola vibranti così richiamando l’unicità di ogni voce al di là del genere. Il padiglione “dei colori” è un fuoco d’artificio: Konate con Bresil (Guarani) espone strisce di tessuto ove domina il blu indaco che evoca lo sfruttamento del Brasile in epoca coloniale. Il colore è riflesso dell’anima nell’opera di Riccardo Guarneri e il colore studiato scientificamente nelle opere di Giorgio Griffa si fa spirito: l'artista dipinge come se suonasse musica. Il padiglione si chiude con la monumentale installazione di Sheila Hicks e i suoi baoli che evocano il trionfo di colori dal sapore indiano. L’approccio metafisico connota il padiglione “del tempo e dell’infinito”: qui troviamo le gocce cristallizzate (square) di Jianhua e l’installazione straniante di Alicja Kwade.

È magico il padiglione Italia non solo per il suo nome, "Il mondo magico” appunto, ma soprattutto per i contenuti. Cecilia Alemani ha preso a prestito dall’antropologo napoletano Ernesto de Martino il titolo della mostra: il magico come metodo per sperimentare la realtà non come fuga con tre artisti e altrettante grandi installazioni. L’imitazione di Cristo (veri e propri corpi “viventi” in putrefazione) di Roberto Cuoghi si ispira all’imitatio christi di medievale memoria ricollocata nella realtà tecnologica contemporanea (un’officina). Andreotta Calò (Senza titolo (la fine del mondo)) sdoppia lo spazio, gioca con la riflessione creando una metafora degli inferi e del mondo celeste (connessi). Adelita Husni-Bei nel video “la seduta” dialoga con l’uso dei tarocchi raccontando della spiritualità in rapporto alla colonizzazione tecnologica.

Tra gli 86 padiglioni nazionali scegliamo quello brasiliano di Cinthia Marcelle “chao de caca” dove l’artista, utilizzando un meta-linguaggio con il suo pavimento antropofago di grata e sassi, crea un’instabilità che ricorda la prigionia del contemporaneo. Il padiglione greco con il suo “laboratorio dei dilemmi” induce ad una riflessione sulla selezione umana biologica; di squilibri sociali si racconta anche nel padiglione della Germania di Anne Imhof dove la presenza di un’alta recinzione, di cani da guardia unitamente all’azione performativa del pubblico, che può camminare “sull’altro”, generano un’immediata inquietudine che rimanda alla marginalizzazione di una parte dell’umanità. Nel padiglione austriaco a fianco di un camion eretto in verticale sul suo stesso frontale e percorribile in ascesa, opere da vivere, sculture da costruire attraverso l’azione del visitatore. Performance scultura come quella della “vivente di Manzoni”.

S’interagisce ancora immergendosi in un ambiente sonoro anchenel padiglione francese: un vero e proprio studio di registrazione creato da Xavier Veilhan. E lo stesso accade, infine, anche nel padiglione giapponese dove TakahiroIwasaki ha creato un’opera su due livelli che consente al visitatore d’infilare il capo in un foro e di sbucare quale “pistillo” al centro di un fiore fatto di stoffe e vestiti. Azione, coinvolgimento, artista e pubblico insieme, insomma, vita. Anzi "Viva Arte Viva".

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