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OMICIDIO DI CAPODANNO

Omicidio Badia: non fu legittima difesa

Condannato a 21 anni e 9 mesi. La decisione della Cassazione

Giorgio Pasqualini omicidio Badia 22

BADIA POLESINE - La sentenza di primo grado ha retto il vaglio dell’Appello e anche della Cassazione. La pena finale, di 21 anni e 9 mesi, per omicidio, non è stata ritoccata né in appello né in Cassazione. I supremi giudici, infatti, hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa di Giorgio Pasqualini, 73 anni, di Badia Polesine.

Al centro della vicenda, quanto avvenuto nell’abitazione dell’uomo la notte di Capodanno del 2016: in quella casa, infatti, venne ucciso, a colpi di coltello, Lorenzo Ferracin, 45 anni, di Lendinara. Opposte le ricostruzioni del delitto operate dall’accusa e dalla difesa, affidata all’avvocato Franco Capuzzo.

Per la Procura, infatti, l’imputato avrebbe ucciso nell’ambito di un litigio per questioni di droga. Ferracin, infatti, sarebbe andato a casa di Pasqualini, che si trovava in regime di detenzione domiciliare, confidando di potere ottenere stupefacente. Non ci sarebbe stata, da parte dell’imputato, la necessità di difendersi da una aggressione che mettesse in pericolo la sua vita e giustificasse, quindi, una reazione estrema. Nessuna legittima difesa, insomma.

Proprio questo, invece, era lo scenario del quale ha sempre parlato la difesa. Secondo l’imputato, infatti, si sarebbe trattato di un tentativo di rapina vero e proprio, messo in atto da una persona travisata e armata di una pistola, per quanto giocattolo. Sono queste le due tesi che si sono scontrate nel corso dei vari gradi di giudizio.

Per l’accusa, in particolare, per sostenere la propria versione dei fatti l’imputato avrebbe modificato la scena del crimine, in maniera da fare apparire, appunto, la vittima come un rapinatore col volto coperto, i guanti e armato della pistola giocattolo. In primo grado era arrivata una condanna a 21 anni e 9 mesi.

Il pubblico ministero aveva domandato, in realtà, l’ergastolo, ma la Corte d’Assise non aveva ravvisato la sussistenza dell’aggravante dell’avere agito per motivi abbietti o futili. Un motivo di appello da parte della Procura, che si era aggiunto a quello della difesa, di tenore ovviamente differente, entrambi rigettati dalla Corte di appello.

In Cassazione, infine, il capitolo conclusivo della vicenda, innescato dal solo ricorso della difesa. Numerosi i punti al centro del ricorso, dalla mancata considerazione di quanto affermato da alcuni testimoni, tanto da invocare la necessità di una rinnovazione del dibattimento, sino alla questione della consulenza secondo la quale l’imputato avrebbe alterato la scena del crimine. Non solo: la difesa ha anche evidenziato come non sia mai stata valorizzata la circostanza di una precedente rapina subita dall’imputato, sempre a scopo di sottrargli droga.

Argomentazioni che, però, non hanno comunque ottenuto l’obiettivo finale, ossia quello di fare accettare il ricorso alla Cassazione, che lo ha dichiarato inammissibile. In buona sostanza, ad avviso dei giudici, quegli aspetti sono già stati affrontati e motivati dai giudici del dibattimento e dell’Appello e, quindi, non vi sono quei vizi che consentirebbero un intervento della Cassazione.

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