06/07/2020

TRIBUNALE

Per duemila volta ha chiamato i numeri di emergenza senza motivo

Arriva la condanna a tre mesi per un 50enne di Ariano

Per duemila volta ha chiamato i numeri di emergenza senza motivo

ARIANO NEL POLESINE - In appena due mesi, avrebbe fatto quasi duemila chiamate ai numeri di emergenza, ma non solo. Un comportamento che, a un 50enne di Ariano nel Polesine, veniva contestato tra i primi di novembre del 2017 e i primi di gennaio del 2018.

Al termine del processo, ieri mattina, il giudice ha ritenuto di condannare l’imputato a una pena di tre mesi di reclusione. Non molto, ma comunque una pena alla quale non è stato possibile applicare la sospensione della condizionale, dal momento che il destinatario avrebbe avuto, secondo questa ricostruzione, precedenti problemi con la giustizia.

Il problema sta tutto nel fatto che, secondo la tesi accusatoria, in realtà l’uomo non avrebbe avuto problemi tanto urgenti, o tanto gravi, da giustificare un sistematico ricorso a questi canali di comunicazione, riservati a quanti, in effetti, devono segnalare emergenze e ricevere assistenza urgente. Spesso, tra l’altro, chi rispondeva non avrebbe avuto nessuna competenza sulle problematiche che gli venivano rappresentante, ma questo non avrebbe frenato l’insistenza.

In particolare, le indagini avrebbero consentito di elencare con chiarezza le chiamate che si sarebbero susseguite nell’arco di tempo preso in considerazione dal capo d’imputazione. Ben 565 chiamate al 112, il numero dei carabinieri, ben 917, addirittura, al 113, il numero della polizia di Stato, 73 chiamate al 118, il numero del Suem, il servizio di soccorso del Servizio sanitario nazionale.

Oltre a questi numeri, ossia quelli di emergenza pubblica, poi, il 50enne avrebbe chiamato con una certa sistematicità anche il numero fisso della stazione dei carabinieri di Ariano nel Polesine e quello del Comune. Avrebbe segnalato, come detto, questioni non giudicate particolarmente urgenti da chi riceveva quelle telefonate o, comunque, non di competenza di chi rispondeva. Tra questi, problemi nella consegna della “spesa di sostegno” da parte dell’assistente sociale. L’indagine, viste le condizioni dell’uomo, era passata anche attraverso una consulenza psichiatrica a carico dell’imputato, che non ha avuto un esito propriamente univoco, ma che, all’ultimo aggiornamento, ha visto l’esperto propendere per una capacità di stare in giudizio.

A quel punto, è arrivata la discussione del processo, con la conseguente condanna.

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