22/10/2020

ROVIGO

Il dramma: tenta il suicidio con i figli legati al corpo

La mamma è stata condannata per tentato omicidio dei due bambini

Ancora un tragedia: si rovescia con il gommone, pescatore di 27 anni muore annegato

ROVIGO - Una vicenda che ha colpito profondamente tutti, in Tribunale a Rovigo. La storia di una mamma che, prima, avrebbe legato al suo corpo i due figli, di 10 e 3 anni, poi si sarebbe lanciata, assicuratasi così che questi non avrebbero potuto sottrarsi, in un canale, nella Bassa Padovana. Un episodio avvenuto oltre un anno fa, approdato nella mattinata di ieri all’attenzione del giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Rovigo.

Era stata la stessa donna, non appena venuta a contatto con l’acqua, a riaversi improvvisamente da quello che doveva essere stato un momento di profonda prostrazione e difficoltà personale, che, però, avrebbe potuto avere conseguenze gravissime.

Era riuscita a uscire dal canale, portando in salvo se stessa, ma anche i due bimbi. Era quindi tornata a casa - sempre secondo questa ricostruzione dei fatti - raccontando la propria vicenda ai familiari che, poi, ne avevano portato a conoscenza l’autorità sanitaria e giudiziaria. Non per un mero desiderio di vendetta o punizione, ma per fare in modo che la giovane donna potesse intraprendere un percorso per risolvere i propri problemi e per potere riavvicinare poi la prole.

A carico della donna era anche stata disposta una misura cautelare, ossia gli arresti domiciliari nell’abitazione dei genitori. Da parte sua, si è sempre sottoposta di buon grado e con impegno alle terapie e agli incontri che sono stati, per lei, programmati.

A carico della mamma, comunque, era stata formulata una ipotesi di reato pesantissima, alla luce della dinamica che, in un primo tempo, avrebbe riferito lei stessa, salvo, poi, ritrattarne alcune parti. L’accusa, infatti, era quella di tentato omicidio.

Ciò che aveva in mente, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era un duplice omicidio con annesso suicidio. L’indagine era anche passata attraverso una consulenza, per chiarire se l’indagata avesse la facoltà, a prescindere da innegabili difficoltà personali, che la avevano condotta a quel punto, di stare in giudizio. La risposta è stata positiva e, a quel punto, non vi sono stati motivi ostativi alla prosecuzione del processo, sino all’udienza nel corso della quale si è celebrato il processo, con la formula del rito abbreviato. Questa consente, a chi vi si sottopone, di ottenere uno sconto di pena pari a un terzo del totale, in caso di condanna.

A difendere l’imputata, l’avvocato Eva Vigato di Este. Alla fine, la pena è stata contenuta a due anni e due mesi, di fatto il minimo per una ipotesi di reato tanto grave come quella contestata.

E’ venuta, comunque, a cadere anche la misura cautelare che ancora pesava sulla donna, a patto che prosegua nel proprio percorso terapeutico. Se, infatti, l’iter del procedimento penale è concluso, ovviamente fatto salvo il diritto della difesa di procedere all’impugnazione, la strada che la donna dovrà percorrere, dal punto di vista terapeutico, non è ancora esaurita.

Resta da vedere, ora, se la difesa deciderà di presentare appello contro la sentenza emessa ieri dal giudice.

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