17 Aprile 2019 16:45

L'ANNIVERSARIO

L’appello della famiglia Stefani: “Nostro figlio non è morto suicida, parlate”

Sono trascorsi sei anni da quando il giovane venne travolto da un treno ad Arquà Polesine


ARQUA’ POLESINE – Sono passati ormai sei anni da quando Raul Stefani, un giovane di Arquà Polesine, perse la vita investito da un treno. Fu aperto un fascicolo in procura, allora seguita dal sostituto procuratore Andrea Girlando, per indagare sull’accaduto. Dopo qualche mese, però, si archiviò il tutto, arrivando alla conclusione che si trattasse di un suicidio. Una versione che non ha mai convinto la famiglia Stefani, che andò anche in trasmissione a Chi l’ha visto, per cercare testimoni su cosa avvenne quella tragica notte di sei anni fa. E oggi, dato che il 18 aprile è l’anniversario della morte di Raul, i genitori – che hanno ricevuto più e più lettere anonime di testimonianze “alternative” – rivolgono ancora un appello a chi è stato testimone: “parlate”.

“Il 18 aprile di 6 anni fa nostro figlio Raul Stefani veniva travolto dal treno nella stazione di Arquà Polesine – racconta Silvia Stefani -, le indagini hanno di fatto trascurato la ricerca di prove ed elementi essenziali, primi fa tutte le varie telecamere presenti sul territorio. Quando poi interrogando amici e conoscenti è risultata evidente la gioia di vivere e la assoluta serenità di nostro figlio, gli elementi essenziali di indagine erano definitivamente perduti. Abbiamo ricevuto 4 lettere anonime con una chiara e circostanziata dinamica dell’accaduto e che coinvolgono delle persone citandone nomi e cognomi. Attraverso i contributi di investigatori privati ed esperti informatici, del dottor Luca Massaro medico legale ed esperto in scienze criminologiche dell’ ingegnere forense Andreas Melinato  coordinati dal legale che ci assiste fin dall’inizio, si è arrivati a escludere totalmente le conclusioni dell’autorità giudiziaria che ha disposto l’archiviazione lasciando purtroppo ampissime zone grigie e prive di concreta spiegazione”.

“I limiti tecnici dell’attività investigativa in cui hanno operato i nostri consulenti non ci consentono di andare oltre – prosegue la famiglia -. Serve che chi era presente  quella sera del 18 aprile 2013 e chi ha scritto le lettere che tanto ci hanno rivelato, e per questo li ringraziamo e saremo loro per sempre grati, prendano posizione e riportino all’autorità giudiziaria quello che sanno e quello che hanno visto.  Solo così si potrà rivedere il giudizio su una morte giudicata, ingiustamente, suicidio fin dall’inizio”.

Come riporta il medico legale dottor Massaro “Il suicidio è una diagnosi difficile al pari dell’ omicidio, soprattutto quando la dinamica (investimento ferroviario) porterebbe a escludere a buon senso la causa naturale, quella accidentale e quella omicidiaria, ma la death investigation non è buon senso, è tecnica di indagine, metodo nella raccolta dei dati e interpretazione critica di questi. Il suicidio è una diagnosi positiva e servono chiari indicatori, non è una diagnosi di esclusione delle altre cause”.

Ci rivolgiamo a chi sa  sperando che ora trovino il coraggio di dire quello che, comprensibilmente, non si è sentito di dire sei anni fa.  Quello a cui hai assistito è  terribile; ma  pensa a cosa è stato per noi sapere
che tu hai visto e non hai potuto impedire, e sono state ancora più terribili  le conclusioni della Procura: Raoul si è suicidato.  Tu lo sai bene che non è andata così.  Contattaci e parleremo insieme e se a quel punto non vorrai parlarne più, capiremo ti chiediamo di dirci di persona quello che hai scritto, non faremmo mai nulla di pericoloso per te o da metterti in pericolo. Cerchiamo giustizia e chiediamo che venga restituita dignità alla vita del nostro figlio adolescente e al suo ricordo. Raoul non si è suicidato. Chiediamo troppo?”.

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