22 Gennaio 2019 08:00

DIARIO DI VIAGGIO

Ultima tappa del bike tour in Laos: Vientiane, la capitale sul Mekong

Si chiude in bellezza il viaggio su due ruote di Caterina Zanirato, con 800 chilometri pedalati su oltre 8mila metri di dislivello


Vientiane è la capitale del Laos. E per me equivale all’ultima tappa del mio viaggio in questa terra meravigliosa, durato quasi 800 chilometri (purtroppo 60 li abbiamo dovuti saltare a causa del monsone imprevisto che per un giorno ci ha bloccati a Luang Namtha) con un totale di oltre 8000 metri di dislivello. Una sfida, un viaggio, un percorso umano che ha arricchito tanto me e tutto il resto dei partecipanti a questa spedizione.

Vientiane l’abbiamo raggiunta venerdì, partendo da Vang Vieng, dopo un percorso di 100 chilometri per la prima volta quasi pianeggiante (solo 500 metri il dislivello, concentrato nella prima tappa del viaggio). Per arrivare alla capitale abbiamo attraversato quindi la campagna del Laos, vedendo il suo volto rurale: paesini composti da case questa volta costruite da mattoni, sempre circondate di animali liberi, ma via via che ci avvicinavamo alla capitale sempre più ricche. Quì esiste il ceto medio, quello che ancora non avevamo visto: famiglie che possiedono anche un’auto oltre allo scooter, che hanno l’acqua in casa e non si lavano nei ruscelli freschi la mattina, ragazzi che frequentano le scuole superiori e, se i soldi lo permettono, l’università. La scuola in Laos, ci ha raccontato la nostra guida Chit, è infatti gratuita fino alle superiori, ma non è obbligatoria: a volte per evitare le spese di trasporto (anche se per lo più ci si muove a piedi o in bici) molti giovani iniziano a lavorare nei campi molto presto. Frequentare l’università, invece, è l’unico modo per assicurarsi un posto di lavoro che non sia quello di bracciante nei campi.

Man mano che ci siamo avvicinati a Vientiane le auto sono diventate sempre più numerose: gli ultimi 5 chilometri, infatti, abbiamo dovuto salire sul pulmino perché la via si trasformava in un’autostrada. E poi, una volta giunti a destinazione, la grande bellezza: vie completamente lastricate e pulite, monumenti mastodontici e templi colorati, il tutto affacciato sul Mekong, fiume che funge da confine naturale tra il Laos e la Thailandia. Fa strano pensare che qualche centinaia di metri di d’acqua abbiano inciso a creare un destino completamente diverso per milioni di persone: da una parte all’altra del fiume si parlano due lingue diverse, c’è una valuta diversa, un’economia diversa e c’è stata una storia completamente diversa. Negli anni in cui il regime comunista di Pathet Lao era più duro sono stati tantissimi i laotiani che hanno cercato di attraversare il fiume di Vientiane a nuoto per raggiungere i campi profughi allestiti in Thailandia. I più fortunati ce l’hanno fatta, come il padre della nostra guida, e hanno continuato a combattere il comunismo. I più sfortunati sono stati fucilati dall’esercito che controllava l’argine. Oggi è solo un ricordo, ma ancora adesso non esiste nemmeno un ponte per attraversare il Mekong in auto e si può fare solo in alcuni punti precisi superando i controlli delle frontiere e pagando a caro prezzo il visto.

Vientiane è una tipica capitale asiatica, ma molto piccola rispetto alle altre (circa 900mila abitanti). Il centro si può girare tranquillamente a piedi ed è caratterizzata da lunghi viali in stile francese, visto che i palazzi reali sono stati costruiti proprio quando la monarchia era appoggiata dai colonialisti francesi. Un esempio è il monumento del Patuxai, una sorta di arco del trionfo sugli Champes Elysée. Dai francesi, poi, l’influenza sul Laos è passata agli americani per la lotta al comunismo, decisamente fallita. Tantissimi i templi buddisti che meritano una visita, anche se  meno mistici di quelli di Luang Prabang, dal That Dam al Wat Phu Si: ricoperti di oro e di affreschi colorati sfoggiano una grande ricchezza, dato che le offerte dei fedeli quì sono molto elevate visto che a Vientiane vivono molti benestanti. Lo si vede anche dalla grande presenza di banche, negozi, centri per massaggi, ristoranti e locali notturni, tuk tuk,  megaschermi pubblicitari e centri commerciali. Sembra quasi di tornare in Occidente, se non fosse per la cantilena e i tamburi che riecheggiano in strada in particolari orari del giorno e della notte. Il luogo più bello di tutta la città rimane comunque il lungo Mekong, ricco di ristoranti e locali dove bere una beerlao in pace, ammirando il panorama e facendosi baciare dal sole.

E con questa tappa è calato il sipario sul mio viaggio in Laos, che non solo mi ha trasformato in una vera randonneuse della bicicletta, ma mi ha regalato tantissimo in termini umani. Ho conosciuto persone fantastiche che mi hanno dimostrato che la curiosità e la voglia di avventura non è legata all’età, alla professione o alle vicende personali: è solo una questione di coraggio e di anima. Quasi tutti i miei compagni di viaggio, infatti, avevano sui 60 anni, e molti di loro posso assicurarvi erano molto più forti di me in bicicletta e hanno affrontato altri viaggi simili in Nepal, sull’Himalaya, in Kenya, in Vietnam e Cambogia. Non è una questione di età o di professione nemmeno la voglia di scoprire il mondo regalando sorrisi, cosa che abbiamo fatto ogni giorni grazie all’aiuto del mio fantastico compagno di viaggio Paolo Franceschini, che si è esibito nelle scuole dei bimbi laotiani regalando loro momenti di serenità.

Prima dei titoli di coda, quindi, un ringraziamento finale va a tutte le persone che hanno contribuito a rendere speciale questo viaggio, aprendosi a me e al Laos, regalandomi divertimento e grandi spunti di riflessione: Enrica Caramello, ex professoressa in pensione e giramondo, Monica Copello, bolzanina triatleta e vicitrice dell’Himalayan highest contest a 60 anni, Livio e Luciana Torresan, splendida coppia trevigiana, Paolo Franceschini, già citato più e più volte che non ha bisogno di presentazioni, Massimo De Bortoli, veronese dalla grande cultura cinematografica e culinaria, Franco e Antonio, due genovesi dal cuore d’oro e tanti chilometri sulle gambe (infermiere in pensione il primo e fisioterapista il secondo), Gianmarco, piemontese e operatore Michelin in pensione, Gabriele Minghini, titolare di una pensione romagnola a Cesenatico e Andrea Zanrossi, organizzore di questa spedizione con “Wheels Without borders” grazie all’agenzia Top Travel Team di Verona. Ringrazio anche il mio sponsor tecnico, Bonin Bike di Padova, che mi ha equipaggiato di ogni indumento della linea B_race per far fronte al tempo bizzarro del Laos, che passava dal caldo umido al freddo gelo, oltre che di ogni strumento utile al viaggio come torce, sella, borse e zaini, oltre al casco: efficienza e, perché no, stile sono importanti sulle due ruote.

Se volete più informazioni riguardo il mio viaggio, nei prossimi giorni seguite il mio blog, www.iviaggidicaterina.com, e se volete partire anche voi… Beh, contattatemi perché sono sicura che si tratti solo della prima esperienza in giro per il mondo sue due ruote: viaggiare in bici è il modo migliore per entrare nel paesaggio naturale e nella vita di un paese, in punta di piedi, senza disturbare e senza inquinare inutilmente. Alla prossima avventura.

Caterina Zanirato

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