08 Gennaio 2019 18:14

DIARIO DI VIAGGIO

Laos in bici: prima tappa tra natura selvaggia, paesaggi mozzafiato e usanze locali

Dal confine con la Thailandia a Vieng Phukha: il resoconto dell'impresa di Caterina Zanirato


Sono praticamente arrivata da un giorno, ma il Laos mi ha già conquistata. Natura selvaggia, montagne ricoperte da foreste tropicali, piccoli paesi composti da una decina di famiglie che vivono su palafitte, dove i bambini ti accolgono salutandoti e sorridendo e i loro genitori ti offrono cibo, acqua e liquori per ospitalità, ringraziandoti per la visita.

Chi crede che il Laos sia pericoloso è completamente fuori strada: è semplicemente povero. La popolazione è per il 95% buddista e non farebbe male a una mosca. Sono cordiali, gentili, forse incuriositi dagli stranieri che viaggiano nel loro paese. Però una classe media non esiste, almeno nei piccoli villaggi che stiamo attraversando nel nord tra le montagne. Seppur ancora sotto regime comunista (il Laos è una Repubblica popolare con un solo partito), dal ’95 hanno instaurato la proprietà privata e abolito la collettivizzazione. Ma ciò non è bastato ad avviare un processo di arricchimento dei cittadini: il loro reddito medio è di due dollari al giorno.
Sono abituati a vivere in capanne di legno e a mangiare gli animali che hanno in giardino, vivendo di agricoltura o di espedienti, però raramente si incontra un laotiano che si lamenta. Anzi, il loro stretto legame con la natura circostante, che fornisce cibo e protezione, non li rende bisognosi di nulla: qui hanno già tutto ciò che gli serve.

Ma prima di raccontarvi la mia prima tappa, vi dirò come sono arrivata fino a qui. Anche perché fa parte dell’avventura. Non si può certo dire che sia stato un viaggio semplice: un giorno e mezzo di aereo con tre scali per raggiungere Chiang Rai, in Thailandia, dove abbiamo dormito la prima notte, per poi prendere un pullman e oltrepassare il confine con il Laos, scegliere la mountain bike con cui viaggiare e sistemarla. E in tutto questo alla coincidenza di Bangkok mi hanno pure perso il bagaglio, fortunatamente riportato la mattina dopo in hotel (avevo tutta l’attrezzatura da bici dentro!).
Oltrepassare il confine è estremamente complicato: la Thailandia è separata dal Laos dal fiume Mekong (uno spettacolo mozzafiato soprattutto all’alba quando l’acqua che scorre tranquilla e lenta si colora di riflessi dorati circondata da piante rampicanti e liane). Il confine si trova quindi su un ponte e per valicarlo bisogna prima uscire dal confine thailandese, poi prendere un bus obbligatorio (i pullman privati non possono viaggiare in mezzo) e infine passare il confine laotiano pagando 35 dollari e presentando una fototessera per ottenere il visto. L’intera operazione richiede almeno un’ora visto che il confine è sempre affollato di locali e stranieri, almeno quello a Nord della Thailandia (Chiang Khong).

Solo ieri, quindi, alle 10 del mattino, ho iniziato realmente a pedalare in questa terra meravigliosa.
La prima tappa ha previsto 90 chilometri in mezzo alle montagne, con un dislivello di 1.470 metri, con una pendenza massima del 20%. Insomma, non certo una passeggiata, soprattutto se considerate che abbiamo viaggiato su mountain bike fornite da un’agenzia laotiana, sprovvista di qualsiasi comfort: 24 marce e molta instabilità. Il momento in cui avevo più timore, infatti, era quando iniziavano le discese che, sui tornanti in montagna, ti spingevano alla velocità anche di 60 km orari. Ma anche la salita non è stata semplice: ero allenata, ma le salite dei Colli Euganei sembrano passeggiate, anche quella del Roccolo. Dopo la salita più lunga, circa 20% di pendenza per ben 15 minuti consecutivi, uno di noi ha anche forato, subito assistito dai più esperti del gruppo. Ma alla fine, però, ce l’abbiamo fatta. Sia io sia i miei 11 colleghi di viaggio provenienti da tutta Italia, superando le forature e la fatica.

Ogni sforzo è stato ripagato: viaggiare in bici è infatti un modo di entrare realmente a contatto con un territorio, conoscendone gli odori, i profumi, le condizioni climatiche, i villaggi meno turistici e, perché no, divertirsi in compagnia. Durante le soste (il viaggio è iniziato alle 11 e siamo arrivati a destinazione alle 17.30) ci siamo fermati nei villaggi locali e abbiamo interagito con gli abitanti e abbiamo visitato alcune scuole. Si tratta di villaggi di etnie particolari: in Laos infatti esistono almeno 4 etnie diverse, causate dalla vicinanza con la Cina, con la Tailandia, con il Vietnam-Cambogia e dagli abitanti di montagna, come in questo caso. Etnie che furono pesantemente divise durante la guerra del Vietnam, che in Laos si trasformò in guerra civile: gli Usa, infatti, prima armarono la parte dei laotiani contrari al comunismo del Vietnam e della Cina. Poi, rendendosi conto di aver perso la guerra, bombardarono tutto il territorio montano, dove si nascondeva la frangia comunista. Risultato: il comunismo prese il potere, uccisero milioni di persone e oggi il terreno è ancora pieno di mine e residui bellici inesplosi.

Alle 17.30 infine siamo arrivati a Vieng Phukha, la nostra prima tappa. Un villaggio un po’ più strutturato, con acqua corrente ed elettricità e una guest house da dove sto scrivendo. C’è un alimentari, un ospedale e una banca. Direi il minimo indispensabile per vivere dignitosamente. Purtroppo, in segno di ringraziamento per la visita, i proprietari della guest house hanno voluto farci assistere a un rito per loro molto importante: lo sgozzamento del maiale, per prepararci la cena. Qui, prima di ucciderlo con un coltello piantato in gola, gli strappano i testicoli mentre è ancora vivo e la vescica, per evitare che morendo si diffonda l’urina sulla carne. Vi lascio immaginare quanto ha pianto e con che intensità. Non discuto le buone intenzioni di questa brava gente, che ha voluto condividere con noi un momento importante per la loro cultura. Ma tanta sofferenza insieme non l’avevo mai vista e ci sono rimasta veramente male, anche perché il maialino fino a cinque minuti prima era davanti la mia porta a farsi accarezzare. Certo, meglio che passare la vita in batteria come da noi per poi morire senza essere mai usciti dalla gabbia.
Ma tutto questo, in me, ha provocato una decisione: da oggi sono diventata vegetariana.

Caterina Zanirato

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