09 Gennaio 2019 20:36

DIARIO DI VIAGGIO

Laos in bici fino al confine con la Cina: quando il progresso distrugge la natura

Secondo giorno in sella per Caterina Zanirato: la tappa è iniziata con lo stop a causa di un temporale monsonico


Ebbene sì, è arrivato anche il primo imprevisto. In effetti, pensare che un viaggio in bici in Laos riservi solo belle sorprese senza mai nessuna complicazione sarebbe non solo irreale, ma anche poco avventuroso. Così, nel nostro secondo giorno di permanenza in questo paese ci siamo imbattuti in un temporale monsonico assolutamente non prevedibile: gennaio è la stagione più secca dell’intero anno e in genere non piove mai. E invece, ieri, ecco un temporale scrosciante, che è durato ben 24 ore riversando una quantità di acqua che se succedesse in città si bloccherebbero tutte le caditoie.

Così, aspettando spiovesse almeno un po’ (le strade erano impraticabili) abbiamo preso del tempo, fermandoci nella piccola cittadina di Luang Namtha. Sto parlando di un piccolo paese disperso nella riserva naturale di Nam Ha, di qualche centinaio di abitanti, per lo più bambini, con due – tre guest house che accolgono appassionati di trekking. Anche qui, però, siamo riusciti a trovare qualcosa di interessante da scoprire, come ad esempio lo stupa dorato: un grande tempio buddista in cima a una collina che domina la città, dove non solo si può ammirare la cupola dorata, ma anche il grande Budda sdraiato dietro al templio. Inoltre, abbiamo visitato il mercato notturno dove abbiamo potuto vedere ciò che in genere viene sempre raccontato: bancarelle che vendevano vermi, scarafaggi, larve e addirittura pipistrelli fritti. Mi spiace deludervi: non ho assaggiato nulla di tutto ciò, devo mantenere il mio stomaco in forma per le lunghe pedalate che mi aspettano. Alcuni del mio gruppo, però, si sono fatti tentare: a detta loro gli scarafaggi assomigliano ai gamberetti, un po’ più dolci, mentre i vermi alle patatine fritte. I pipistrelli, invece, non sono riusciti a incuriosire nemmeno i più coraggiosi.

Una volta passato il grosso dell’acquazzone ci siamo equipaggiati e siamo ripartiti, questa volta verso Oudomxay, cittadina al confine con la Cina. E c’è da dire che la fortuna premia gli audaci: pur essendo partiti sotto la pioggia, poco dopo è tornato il sole. Così abbiamo completato l’intera tappa di oggi che prevedeva 85 km tra le montagne, con un dislivello di 1080 metri. Abbiamo prima attraversato degli altipiani coltivati tutti a caucciù, l’albero della gomma, per poi inerpicarci sulla salita lunga 15 km che ci ha portati fino a Nahom. Una faticata ripagata con uno dei panorami più belli che abbia mai visto: le dolci pendenze della foresta tropicale dipinta di un verde scintillante sotto al sole, ancora bagnata dalla pioggia. Siamo poi scesi a valle, fino a raggiungere la cittadina di Oudomxai, al confine con la Cina. E purtroppo, bisogna dirlo, si vede benissimo quando un territorio viene a contatto con la corruzione e con i soldi: i cinesi stanno costruendo un viadotto per i treni ad alta velocità che collegherà il loro paese con Vientiane, capitale del Laos, che la Tav in Val di Susa in confronto è un progetto a impatto zero. Inoltre, interi campi sono ricoperti di plastica e immondizia non gestita regolarmente e, anche nei punti più pittoreschi della foresta sorgono industrie cinesi dai fumi densi alquanto agghiaccianti. Purtroppo, esistendo un unico partito e non votando nemmeno, la popolazione qui non può certo dire la propria. Tutto questo però fa riflettere: la ricerca del progresso a tutti i costi, del profitto e dello sfruttamento, quanto bene sta facendo a questo pianeta? Il fatto che noi, in Europa, non vediamo questa parte di mondo dove poi vengono spedite tutte le nostre scorie, non vuol dire che non esista. E’ un po’ come nascondere la polvere sotto al tappeto: prima o poi, la montagna di sporcizia sarà troppo grossa e impossibile da pulire.

Ma anche, qui, ancora una volta, la differenza l’hanno fatta le persone: tantissimi bambini al nostro passaggio ci rincorrevano per batterci la mano, salutarci e incitarci. I più grandi, dopo averci guardato un po’ come marziani, ci offrivano della frutta o da mangiare. Ci siamo anche fermati a un mercato locale lungo la strada, così come i villaggi pieni di bimbi che corrono scalzi in mezzo a galline e maiali, dove alcune anziane signore ci hanno offerto pannocchie di mais e arachidi. Vi posso assicurare che solo noi, che viviamo in modo diverso, ci accorgiamo della loro estrema povertà: loro sono sereni, in pace con il mondo, e assolutamente in armonia con la dirompente natura che li circonda. Forse, dovremmo un po’ tutti imparare da loro, come direbbe Terzani. Non è certo la ricchezza che rende felici.

Proprio per ringraziare questa graziosa popolazione, quindi, oggi abbiamo organizzato un momento speciale: Paolo Franceschini, noto comico che sta condividendo con me questa esperienza, si è fermato in una scuola elementare locale per intrattenere i tanti bambini con uno spettacolo. La differenza di lingua non è stato un problema: fischietti, palline, palloncini e magie sono un linguaggio universale, come quello del divertimento dei bambini, che ci hanno ricoperto di abbracci e di risate.
Al termine dello show, poi, abbiamo voluto regalare loro qualche ricordo: penne colorate, quaderni, indumenti. Tra questi anche le magliette donate gentilmente dall’associazione Faedesfa di Rovigo. La loro gioia è uno dei sentimenti più puri che si possa vivere: il tutto anche se studiano su banchi di legno in mezzo al fango, camminando anche per mezz’ora lungo una strada per poter frequentare la scuola.

Siamo poi arrivati nella cittadina di Oudomxai, proprio al confine con la Cina. Qui il 20% della popolazione è di origine cinese, i cartelli stradali sono scritti in mandarino e tutte le strade sono tappezzate di negozi brillanti e scintillanti di Huawei, che per l’appunto significa Grande Cina. E’ una città completamente diversa dalle altre: lo spirito da conquistatori economici dei cinesi ha distrutto l’atmosfera magica del Laos, trasformando la città in un paese consumista. L’unica cosa dall’aurea sacra che è rimasta è il grande tempio Wat Xieng Thong: si trova in cima a una collina dal quale mi sono fermata a osservare il sole che tramontava sulla città, circondata da monaci buddisti vestiti di arancione che pregavano attorno a un Buddha gigantesco e dorato. Lungo la lunga salita, poi, tantissimi fiori profumati, dall’aroma persistente e piacevolissimo, che fa bene al cuore come quello della moka di caffé di prima mattina. Un’atmosfera surreale e mistica, che porterò nel mio cuore a lungo: qui la parola d’ordine è davvero “calma e pace interiore”.

Caterina Zanirato

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