04 dicembre 2018 23:44

IL CONGRESSO DEL PD

“Un congresso di tessere ucciderà il Pd”

L'intervento di Leonardo Raito


ROVIGO – Sto seguendo con preoccupazione lo svolgimento del dibattito precongressuale del mio partito. Preoccupazione perché, ancora una volta, il congresso di un partito importante sembra giocarsi più sui nomi che sulle strategie e le proposte politiche per rilanciare un’organizzazione provata dagli ultimi due anni di sconfitte elettorali e che pare del tutto incapace di rialzarsi. Quando nel 2007 fondammo il Pd, ritenemmo che l’incontro tra culture diverse, ma che avevano basi comuni, avrebbe potuto organizzare una forza che, strutturata e con una larga base di militanti.

Sentivamo, in qualche modo, di aver portato a compimento il sogno auspicato da tante persone che vedevano nella collaborazione tra la sinistra riformista e la sinistra cattolica una proposta politica in grado di sbloccare un sistema incancrenito dal lungo e incontrastato dominio democristiano. Poi, dall’aspettativa della vocazione maggioritaria di Veltroni, siamo passati a un’involuzione che è stata più che altro frutto di scontri tra gruppi dirigenti preoccupati di preservare spazi e garantire amici degli amici. Il Pd, incapace di decidere una propria strada autonoma, ha finito per non essere capito dalla sua stessa base fondante, diventando poi, nel tempo, e con un’oscillazione costante, forza riformista, di governo, di centrosinistra, di centro, riformatrice, conservatrice.

In sostanza, non ha saputo compiere, aldilà del suo ruolo di contenitore di istanze varie, un reale percorso identitario. Ciò nonostante, ha saputo, per un periodo, accreditarsi come forza di governo credibile, riformista, ancorata a un riformismo europeo che rappresenta oggi l’unico contraltare continentale ai sovranismi. Gli errori, tuttavia, sono stati tantissimi, ma il più grave è stato, a mio parere, l’autoreferenzialità di un gruppo dirigente rappresentativo, forse, solo di se stesso. Ecco che adesso, in un contesto così variabile e con un elettorato volatile, restituire un ruolo e una missione autentica al Pd non dovrebbe essere solo doveroso, ma fondamentale. Ma non va trascurato un rischio.

Il rischio (presente anche in Polesine), che il congresso si traduca in una conta di tessere, che i vari dirigenti si sparpaglino in un posizionamento tattico più che in un reale sostegno ai candidati segretari nazionali e ai loro programmi, che i circoli preferiscano soprassedere a un dibattito che in realtà, proprio in momenti di crisi come questo, pare interessare pochissimi. Se trasformeremo l’opportunità di una valutazione politica in una conta, bene, sarà l’ennesimo gettare alle ortiche una possibilità, forse l’ultima, di restituire un ruolo alla sinistra riformista in questo paese.

Ed è una responsabilità che un gruppo dirigente serio non deve solo a se stesso, al partito e ai suoi militanti, ma deve anche alle prospettive del paese: alla possibilità di costruire una coalizione, alla necessità di tenere il paese ancorato a un’idea nuova di Europa, un’Europa che non sia solo moneta; alla capacità di governare fenomeni complessi come immigrazione e sicurezza, che non possono rappresentare tabù in una forza politica seria; al recupero di un dialogo con le periferie e i suoi problemi, con il mondo delle imprese, con i giovani che cercano lavori e diritti, con un mondo della scuola e della cultura che pare trascurato.  

In sostanza, se nel partito non si sarà capaci di rimettere al centro della discussione un progetto e un’idea di paese, anche alla luce delle ormai prossime elezioni europee e amministrative, si assesterà forse al Pd l’ultimo e mortale colpo di grazia. Credo sarebbe una tragedia non solo per i militanti che hanno creduto in un progetto, ma per l’intero paese, che vedrebbe cadere, con un soggetto politico riformista credibile, la prospettiva di un’alternanza a un fronte composito di populisti che oggi pare viaggiare a vele spiegate.

Leonardo Raito

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