25 Dicembre 2018 11:54

L'APPELLO DEL CONSIGLIERE ROSSINI

“Natale senza pace nelle nostre scuole. Non vergogniamoci di credere”



Diversi cittadini mi hanno chiesto come mai non ero ancora intervenuto sulle spiacevoli polemiche intervenute in questi giorni in prossimità del Natale e sui valori religiosi cristiani-cattolici che avvolgono la maggioranza degli italiani, dato che, pur nella considerazione della secolarizzazione e della divisione e dell’indipendenza del potere dello Stato con la Religione, il Nostro credo rimane comunque la fede prevalente della maggior parte  delle persone, e, in democrazia, è doveroso  il rispetto della tradizione e dell’identità di un popolo. Ogni anno la polemica sul Natale diventa sempre più aspra e sembra attecchire con maggior virulenza nella nostra terra veneta, che da sempre condivide i dogmi della teologia cattolica come verità rivelata da Dio.

Don Luca Favarin, prete “di strada” di Padova, che ha detto “no” al presepe, per “rispettare il Vangelo e i poveri”. Una  dirigente scolastica, sempre in Veneto, ha negato il presepe a scuola per “mancanza di fondi”, ancorchè il Consiglio Regionale Veneto abbia stanziato appositi fondi per “concedere 250 euro alle scuole che avessero realizzato il presepe”. A Riviera del Brenta è stato Gesù a scomparire, stavolta dalla canzoncina “Buon Natale in allegria” per non offendere la sensibilità di alcuni alunni non cattolici. Qui l’insegnante si è trovata a fronteggiare una bambina che, ad appena 10 anni, si è rifiutata di seguire le sue indicazioni e ha organizzato una vera e propria petizione tra i compagni, ottenendo alla fine di poter cantare “senza censure”. Nella vicina Porto Tolle il dirigente scolastico non ha fatto neanche entrare il Vescovo nella scuola. Così come ha fatto il preside in una scuola di San Donato di Sassari che, dopo l’eliminazione dei canti natalizi e del presepe, ha rifiutato la benedizione del Vescovo.

Poco contano le motivazioni politiche, ideologiche o multiculturali alla base di questo fenomeno che in virtù di una asserita assoluta indipendenza e laicità dello Stato, in realtà discriminano la nostra Religione che è radicata nel vivere quotidiano  della maggioranza degli italiani e i cui valori non discriminano chi non crede o crede in altre fedi, quindi condivido con la stra grande prevalenza degli italiani l’opinione che il “Crocifisso e presepe sono simboli dei nostri valori, della nostra cultura, delle nostre tradizioni e della nostra identità. Non vedo che fastidio diano a scuola. Chi pensa che l’inclusione si faccia nascondendoli, è fuori strada”.
 
Anche  il presidente della Lega Islamica, Bouchaib Tanji ha detto: “Vedere un Presepe, cantare il Natale o ascoltare il nome di Gesù e di Maria a noi non dispiace, anzi”. Negli anni passati i fedeli islamici hanno fatto gli auguri a quelli cristiani, hanno donato presepi e persino, in qualche occasione, hanno partecipato alla Santa Messa in una chiesa cattolica. ”Ci piacerebbe che si creassero occasioni per far conoscere a tutti, bambini e giovanissimi compresi, i fondamenti della nostra fede, i nostri luoghi di preghiera, le nostre tradizioni”, ha aggiunto Tanji, che confida in ”più dialogo e meno (infondate) polemiche”. 

Gli fa eco Abdallah Khezraji, leader delle comunità islamiche di Treviso e vice presidente della consulta regionale per l’immigrazione secondo il quale: “Intervenire sulle regole scolastiche in modo da neutralizzare la ricorrenza del Natale è fuori tempo e dannoso, oltre che elemento di strumentalizzazione negativa verso i musulmani”.

Nelle scuole italiane sembra non esserci pace per il Natale, soprattutto se agli episodi sopra citati si aggiungono quelli di simile contenuto di Vallo di Lucania, dell’Istituto “Italo Calvino” di Milano che ha organizzato “La grande festa delle buone feste”  o dell’istituto “Basilio Cecchi” di Castellamare di Stabia avrebbero scelto i canti della tradizione popolare e non quelli della fede cristiana. 

Il tutto senza pensare che, chi ne fa le spese, sono per i primi i bambini che vivono questi momenti come parte integrante delle loro tradizioni; ed anche se la vita è piena di cambiamenti a cui è importante imparare a farvi fronte  e bisogna adattarsi ad una società in continuo cambiamento, lasciarli soli alla mercé di tutte le possibili interpretazioni, non ultima che “sia colpa” della presenza di altri bambini se è stata presa la decisione di non allestire gli addobbi simboli tipici del Natale è estremamente crudele nonché contro ogni etica educativa, per una ingiusta decisione di qualche Preside o Insegnante si vanifica l’opportunità di condividere e di coltivare una  conoscenza reciproca tra diverse culture ed etnie e si trasforma il Natale in un’occasione per accentuare  o costruire pericolose contrapposizioni tra gli stessi scolari!!!

Dobbiamo delegare la formazione dei nostri figli a queste persone???

Da anni i simboli del Natale sono sotto attacco nell’Occidente secolarizzato, delegittimati in nome della sbandierata cultura della tolleranza che però, come noto non esclude, ma implica l’identità. I presepi sono rimossi dai luoghi pubblici, i canti natalizi sono banditi dalle scuole, i mercatini contestati. Tutto questo, si dice, “per non discriminare le diverse sensibilità religiose o civili”. Ma sono motivazioni che, se soddisfano il politically correct, non esplicitano le ragioni profonde di questo vero e proprio rinnegamento delle radici cristiane dell’Europa. Tali affermazioni sono totalmente contrarie alla fede cristiana, nella misura in cui questa non è nata come messaggio morale, ma da un evento storico. I Vangeli, infatti, vogliono essere racconti testimoniali di fatti accaduti in luoghi e tempi ben definiti, come afferma Luca all’inizio del suo vangelo (Lc 1,1-3) e come sostiene Giovanni alla fine del suo (Gv 20,30-31). Non dimentichiamo che all’origine della fede cristiana non c’è quello che gli Apostoli hanno creduto o immaginato di Gesù, ma piuttosto quanto hanno visto, ascoltato, toccato con mano e che ancora oggi esiste la differenziazione storica tra Avanti Cristo e Dopo Cristo. 

La parola simbolo nell’antica Grecia significava “tessera di riconoscimento”, perché si usava, a conclusione di un’alleanza tra due individui, famiglie o città, spezzare una tessera di terracotta in due parti, affinché ognuno ne conservasse una. Il combaciare delle parti avrebbe comprovato, all’uopo, l’esistenza dell’accordo. Nella fattispecie dei simboli del Natale le due tessere sono la rappresentazione iconografica e il mistero di fede, la religiosità popolare e la mistica, la tradizione e la celebrazione, l’umano e il divino. 

Vorrei invitare chi deve educare e formare i più giovani a non vergognarsi di professare un credo religioso, né di rinnegarne i suoi simboli e valori e nemmeno di ricordarsi sola  la notte di Natale  di essere ferventi attivisti della comunità cristiana, ogni giorno dobbiamo comportarci seguendo gli insegnamenti religiosi del nostro credo, qualunque sia, nel rispetto di sé stessi e della comunità in cui viviamo.

Il consigliere comunale
Antonio Rossini 

DISCLAIMER:
I tuoi commenti agli articoli saranno gestiti dalla piattaforma 'Disqus' attraverso i login dalla stessa previsti.
Ti rinviamo alla piattaforma ed ai Social che ne permettono l'accesso per quanto attiene l'informativa in materia di trattamento dei dati.
Noi non abbiamo una gestione diretta delle informazioni ma potremo impedire la loro pubblicazione qualora a nostro insindacabile giudizio non rispettino il codice etico del giornale.

Si autorizza espressamente al trattamento dei dati forniti per le finalità connesse al servizio richiesto e/o ai seguenti servizi aggiuntivi. Dichiaro altresì di avere preso visione della Policy Privacy all'apposita sezione del sito.
Si autorizza espressamente al trattamento dei dati forniti per le finalità connesse al servizio richiesto e le comunicazioni commerciali.