10 ottobre 2018 22:10

IL CASO A ROVIGO

Cane ucciso perché troppo vivace. Condanna a padrone e veterinario

Per un anno, il professionista non potrà esercitare


ROVIGO – Una udienza surreale. Con testimonianze al limite della falsa testimonianza – frequenti i richiami del giudice in questo senso – un consulente della difesa che non ha saputo spiegare quali documenti avesse letto e dove avesse acquisito le informazioni alla base della sua relazione, i testimoni della difesa che parlavano della morte del cane al centro del processo come di un “incidente” durante un tentativo di sedazione, mentre uno dei due imputati, veterinario, ha candidamente ammesso di averlo soppresso, alla luce della situazione, ritenuta particolarmente problematica, dell’animale.

Alla fine, il giudice Raffaele Belvederi ha letto una sentenza di condanna ancora più pesante, sebbene di poco, rispetto a quella che aveva poco prima domandato il pubblico ministero Marika Imbimbo. Il padrone del cane è stato condannato a 1 anno e 2 mesi, il veterinario che avrebbe ucciso il cane a 1 anno, con un anno di interdizione dall’esercizio della professione. La sospensione condizionale della pena è stata concessa, a patto che i danni alla parte civile costituita, l’associazione animalista Enpa, siano risarciti entro un anno dal passaggio in giudicato della sentenza.

Tutto si sarebbe verificato nel 2015. Un anziano avrebbe prima abbandonato il cane, in zona Gavello. L’animale, però, ritrovato e portato al canile, gli sarebbe stato consegnato nuovamente. Da lì a poco, il veterinario lo avrebbe ucciso con un farmaco per l’eutanasia. Le difese hanno cercato di spiegare come l’animale fosse esageratamente vivace, impegnato a inseguire le anatre, scavalcare le recinzioni, scappare di casa. Anche aggressivo. “Si metteva sul divano in casa e ringhiava se qualcuno si avvicinava”, è stato detto in udienza.

Tutti fatto che lo avrebbero reso ingovernabile da parte del proprietario, un uomo di oltre 80 anni, che pure gli voleva bene, ma che era chiamato anche a gestire la malattia degenerativa della moglie. Tutte argomentazioni che, però, non hanno fatto breccia nel giudice, che ha comunque disposto la condanna.

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