08 settembre 2018 21:03

West Nile endemico? Anche la malaria lo era

Il virus è stato sottovalutato? Parrebbe proprio di sì: se quest'anno ha picchiato così duro non è solo colpa del caldo


“Il West Nile? Ormai è endemico”. Questa è stata una delle frasi che, in tanti, hanno ripetuto, quasi a cercare un alibi al fatto che contro una malattia del genere ci fosse poco da fare, in questa estate in cui il virus ha colpito duro con la massima diffusione mai raggiunta del contagio e numeri assolutamente preoccupanti, 11 morti e un numero di contagiati (che sono solo la punta di un iceberg dal momento che circa l’80% dei contagiati non sviluppa alcun sintomo) che la Regione al 4 settembre attestava a quota 246 (http://repository.regione.veneto.it/public/522bece45ed65d1cadfbea535466cb7b.php?lang=it&dl=true). “Eh, già: è endemica”. No, purtroppo questo non è un alibi, ma un’ammissione di colpa.

Che sarebbe stata l’estate più nera si poteva capire già dall’avvio del piano estivo di sorveglianza. Da quando il West Nile virus si è affacciato nella pianura padana, nell’agosto di dieci anni fa, non si era mai registrato un numero di contagi così alto nel mese di luglio. Dal 2009 al 2016 la somma dei casi di forme neuroinvasive, quelle più gravi, che sfociano in encefaliti, registrati nei mesi di luglio in tutto erano 12 a livello nazionale. Nel luglio di quest’estate ci sono stati 15 casi, un terzo dei quali riscontrati in Polesine, oltre a uno anche a giugno, evento mai verificato prima. In un mese, quindi, il numero di casi gravi è stato maggiore della somma di tutti quelli registrati nello stesso mese da quando è comparso il virus. Ormai endemico.

Ma cosa vuol dire “endemico”? Il dizionario Garzanti da tre significati a questo lemma, con i primi due che sono particolarmente significativi se riferiti alla quesitone del West Nile: “1. persistente, diffuso, radicato in un certo ambiente: il contadino è ridotto alla fame endemica (GRAMSCI); 2. si dice di malattia infettiva costantemente presente in un territorio, anche se in forma sporadica; 3. si dice di specie animali o vegetali che si trovano solo in un territorio delimitato. Etimologia: ← da endemia, sul modello del fr. Endémique”. La Treccani, invece, rimanda sostanzialmente al sostantivo: endemia. E anche qui si scopre che il significato di questa parola è chiaro: “[dal fr. endémie, der. del gr. ἔνδημον (νόσημα) «(malattia) che è nel popolo», comp. di ἐν «in» e δῆμος «popolo, regione»]. – Costante permanenza, in una determinata popolazione o regione, di una malattia che tende a presentarsi sporadicamente e con una certa regolarità (per es., il gozzo semplice in molte regioni montagnose, la malaria in zone tropicali)”.

Ecco, appunto, la malaria. Mai esempio fu così calzante. Perché anche la malaria, come il West Nile virus, viene trasmesso all’uomo solo dalle zanzare. E, anche la malaria, in Polesine è stata endemica. Come si legge nel saggio “Malaria e memoria nel Veneto” di Manuela Pegoraro e Daniele Crotti (https://www.infezmed.it/media/journal/Vol_17_3_2009_10.pdf), la malaria “si mantenne a livelli di bassa endemia (appunto, ndr) fino al declino dell’Impero Romano proprio grazie a tutta una serie di lavori di bonifica idraulica. Ma anche gli etruschi prima e la Serenissima poi, avevano pienamente capito l’importanza di una corretta gestione delle acque per la salubrità pubblica. Nel 1882 il senatore Luigi Torelli pubblicò la prima carta della diffusione della malaria in Italia, e definì “a malaria grave e gravissima” il litorale veneto dal delta del Po fino all’Isonzo, al pari del litorale tosco-laziale e ionico. Nella loro ricostruzione Pegoraro e Crotti, sottolineano come “l’Istituto Antimalarico rilevò, a partire dal 1941, l’incremento di A. elutus nelle province di Venezia e Rovigo in seguito al venir meno della manutenzione alle opere idrauliche e, parallelamente, un aumento dell’incidenza della malaria quantificato in 1.330 casi in più nel 1941, rispetto al 1940, nella sola provincia di Venezia e di altri 2.800 casi aggiuntivi a quelli del ’41, nel 1942. […] L’epidemia si aggravò ulteriormente nel 1944 in seguito all’allagamento delle aree bonificate di tutto il litorale: 12.000 i casi denunciati a Venezia, 4.000 i casi denunciati a Rovigo”. Il saggio si propone di rimarcare come “malaria” e “migrazione” siano due “termini profondamente radicati nella storia veneta e legati ad immagini molto più antiche di quelle attuali, dense di estraneità soprattutto alle generazioni più giovani che, forse, di questa storia hanno in parte perso memoria. La perdita di una propria memoria storica è fonte di impoverimento umano e culturale e inevitabilmente pregiudica la consapevolezza del tempo presente, foriera com’è di superficialità nelle valutazioni e precarietà nei giudizi, e questo è tanto più grave in un’area ricca di fenomeni immigratori, com’è oggi il Nord-Est della penisola italiana”. Ma senza andare lontano, temporalmente e spazialmente, né volendo essere altrettanto profondi nel ragionamento, si può constatare che oggi la malaria è stata sconfitta. E ora non è più endemica in Veneto. Perché? Perché è stata combattuta con impegno. Sì, è vero, anche con massicce dosi di DDT la cui dannosità anche per l’uomo si è scoperta solo in un secondo momento. Ma, comunque, con l’impegno inimitabile della politica carica di ideali del primo dopoguerra e con piani di disinfestazione. Come si riporta ancora nel saggio, “nel Veneto, la prima campagna di disinfestazione con DDT si realizzò tra il maggio e l’agosto del 1946 e interessò le province di Udine, Venezia e Rovigo; irisultati furono sorprendenti: non un solo esemplare di anofele venne rilevato nelle zone trattate fino ad ottobre e le denunce di malaria subirono una contrazione del 50% rispetto a quelle del 1945”.

Per combattere una malattia endemica, insomma, servono attenzioni ed impegno pubblico. Che, sul West Nile, forse non sono stati al massimo livello. Si pensi che, per fronteggiare una malattia che si trasmette tramite zanzare e che esplode solo nel periodo estivo, il Piano straordinario di disinfestazione deciso dalla Regione, annunciato in pompa magna, parte solo solo a settembre inoltrato. Ad autunno. Aspettando qualche giorno in più, si poteva risparmiare il mezzo milione di euro stanziato, perché provvederà il freddo a ridurre il numero di zanzare ed il ciclo stagionale del Wst Nile ad allentare la morsa del virus.

Dagli errori, tuttavia, si può sempre imparare. Perché se quest’anno tutti, nessuno escluso, si sono fatti trovare impreparati, il prossimo anno non deve succedere altrettanto. Perché a quel punto nessuno potrà più cadere dal pero, come è successo quest’estate, anche se già ad inizio luglio i numeri della sorveglianza epidemiologica erano tali da lasciar presagire che sarebbe stata un’estate nerissima. Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Ora, si inizi già a programmare per la prossima estate, senza stare a fare i conti della serva sui 5 o 10mila euro che servono per gli interventi larvicidi, rimandati dalla stagione di schiusa delle uova perché non si sapeva bene come rendicontarli. E poi, alla fine, sembra aver pensato qualcuno, il West Nile, è solo una febbriciattola. Però, presa sotto gamba, quest’anno a messo in fila morti su morti.

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