17 settembre 2018 21:00

ORRORE SUL PO

Massacrata dalle bestie. Due all’ergastolo, gli altri mai trovati

L'agghiacciante ricostruzione dell'esecuzione
A sinistra, la giovane vittima, a destra i due condannati all'ergastolo


ROVIGO – Può un omicidio essere brutale, bestiale, rivoltante, disturbante, atroce, e al tempo stesso essere frutto di una gelida pianificazione, portato avanti passo per passo, con freddezza metodica? Può. Perché, almeno a quanto hanno scritto i giudici, è esattamente quello che un gruppo di bestie fece a Paula Burci, 19 anni, romena arrivata in Italia col sogno di un lavoro e spedita a battere le strade di Ferrara, dove veniva portata ogni sera dal Polesine, obbligata ad assumere cocaina per renderla schiava, infine massacrata quando tentò di sfuggire a quella vita. Un omicidio la cui stessa data è sconosciuta, per forza di cose compreso tra il 16 marzo 2008, quando il telefono di Paula diede l’ultimo segno di vita, e il 24 marzo successivo, quando venne ritrovato il cadavere.

Per quell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo, lo scorso 20 giugno, Sergio Benazzo, 42 anni, idraulico di Crespino, e Gianina Pistroescu, 42 anni, romena (LEGGI ARTICOLO), al termine di uno dei processi più lunghi e tormentati che si ricordino. Una prima condanna all’ergastolo, infatti, era stata pronunciata prima dalla Corte di Assise di Ferrara, quindi dalla Corte di Assise di Appello di Bologna, poi dalla Corte di Assise di Rovigo, dopo che la Cassazione, accogliendo le richieste delle difese, affidate agli avvocati Francesca Martinolli di Rovigo e Rocco Marsiglia di Roma, aveva sancito come la competenza territoriale fosse del Tribunale di Rovigo.

All’ultimo processo, il procuratore generale aveva chiesto l’assoluzione, ma i giudici hanno confermato, ergastolo. Ora, sono arrivate le motivazioni di quella decisione. Motivazioni nelle quali viene ripercorsa la dinamica dell’omicidio, così come è stata ricostruita nel corso delle lunghe indagini. Il dato forte che emerge conferma l’impressione che sempre chi ha seguito il processo, ha avuto: ammesso che Benazzo e Pistroescu siano colpevoli, non sono gli unici. Il massacro sarebbe stato compiuto da altri, malviventi di altro calibro rispetto ai due, più “inclini” a un “semplice” sfruttamento della prostituzione, reato per il quale sono già stati condannati.

Non che, secondo i giudici, i due imputati non ci fossero, la sera del massacro. Avrebbero anche partecipato, più che altro tenendo ferma Burci. Ma a colpire sarebbero stati soprattutto gli “altri”. E lo avrebbero fatto con una spietatezza e un metodo che fanno venire i brividi. Il tutto nell’abitazione di Benazzo, a Villadose. Per comprendere il movente dell’omicidio, però, serve un passo indietro. Tutto sarebbe avvenuto quando, verso febbraio 2008, la giovane viene “ceduta” – sempre secondo questa ricostruzione dei fatti – a una banda da Benazzo, per chiudere un grosso debito. Paula aveva già dato segnali di volere fuggire da quella vita. Aveva stretto amicizia con un ragazzo, a Ferrara. Forse, poteva essere la via d’uscita. Scoperta, quel numero le era stato cancellato dal cellulare. E il giovane non si era più fatto vedere.

Dopo la “cessione”, finisce a prostituirsi in un locale poco fuori Rovigo, che ora ha cambiato gestione. Lì attorno, un brutto giro, del quale Benazzo per primo ha paura. Paula però scappa. Torna a casa di Benazzo. Ed è qui che i criminali la avrebbero raggiunta. Prima una martellata in testa. Forte abbastanza da farla svenire, ma non da sfondarle il cranio, perché non deve restare sangue a terra, non ci devono essere indizi. Poi, una volta incosciente, dopo essere stata portata in un altro luogo, il massacro: botte, altre martellate, colpi di forcone. Le vengono tolti tutti i vestiti, le vengono spaccati i denti, il corpo viene dato alle fiamme sull’argine del Po a Zocca, nel Ferrarese, dopo essere stato nascosto. Lo trova, nel marzo del 2008, il cane di due ragazzi, che stavano passeggiando. Senza il suo fiuto, non sarebbe stato possibile vederlo.

Di sicuro, secondo i giudici, a quel bestiale, osceno pestaggio di una ragazzina di 50 chilogrammi già incosciente, avrebbe preso parte una pluralità di persone. Ma, a parte i due condannati, non si sa chi siano. Non si è mai riusciti a saperlo. I sospetti ci sono. Ma nulla di concreto abbastanza da consentire di formulare un’accusa.

Per Benazzo e Pistroescu, invece, ritengono i giudici, le prove ci sono. In primo luogo, le loro dichiarazioni su cosa avrebbero fatto la sera in cui sarebbe emerso che Paula era scomparsa. I due avrebbero parlato di febbrili ricerche a Ferrara, di chiamate, di una immediata mobilitazione. Nulla di tutto questo emerge, secondo l’accusa, dai tabulati telefonici, né dalle testimonianze del “giro” che la ragazzina frequentava e nel cui ambiente, quindi, le ricerche si sarebbero svolte. Nulla. Un tentativo di depistaggio, quindi, secondo i giudici, anche piuttosto maldestro, con tentativi di concordare versioni comuni, poi smentite.

Ma non solo: determinante, secondo i giudici, è la deposizione di un’altra detenuta, connazionale di Pistroescu. Sentita in videoconferenza dal carcere, secondo la Corte d’Assise d’Appello è credibile, estremamente credibile. Per un motivo molto semplice: sarebbe stata proprio Pistroescu, in un periodo di detenzione comune, a chiederle consiglio, avendo scoperto di essere indagata per l’omicidio. Le due si sarebbero parlate, con Pistroescu che si sarebbe confidata.

Ma non solo: i giudici ritengono attendibile la testimonianza di un uomo che ha affermato che a inizio marzo del 2008, Pistroescu lo avrebbe avvicinato, chiedendogli soldi per andarsene dall’Italia, spiegando che “era successo un guaio”.

Ora, arrivate le motivazioni, le difese, affidate agli avvocati Francesca Martinolli di Adria e Rocco Marsiglia di Roma, depositeranno un nuovo ricorso in Cassazione.

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