Po a sinistra

10 luglio 2018 14:14

PO A SINISTRA

Sport nuovo modello vincente? Sì, ripartendo dai giovani



Seguendo i miei primi mondiali di calcio senza Italia, devo dire che ho provato, da un lato, il contrastante distacco del non coinvolgimento e del non tifo, e, dall’altro, la curiosità per vedere all’opera nazionali che magari fino a oggi non avevo visto in azione, e cercare di capire come i modelli calcistici di paesi più piccoli e con minore tradizione rispetto al nostro, siano riusciti a produrre formazioni in grado di competere ai massimi livelli mondiali. Mi riferisco, in particolare, al Belgio e alla Croazia, due paesi di 11 e 4 milioni di abitanti, con campionati di livello medio basso, ma in grado di sfornare talenti incredibili, capaci di portare in alto le proprie rappresentative e, individualmente, di fare la differenza anche in squadre di club di primissimo piano.

Facendo un poco di ricerche, mi imbatto nel fatto che il modello “Croazia” è un modello studiato e approfondito anche per altri sport, come il basket, dove questo paese relativamente giovane ha saputo sfornare una classe di atleti straordinari e in grado di incantare il mondo. Ma qual è il segreto dello sport croato e che cosa potremmo imparare dagli amici di oltre Adriatico? Leggo e traggo questo spunto da un articolo della Gazzetta: “Mentalità, programmazione e talenti in rampa di lancio: la Croazia non dimentica il suo passato e le sue generazioni di successo, ma indica una via importante da seguire. Per tornare ad altissimi livelli, anche l’Italia dovrà seguire questa strada”.

Mentalità, programmazione e talenti in rampa di lancio. Se vediamo il nostro sport principale, il calcio, pare che manchino tutte e tre le cose. Se parliamo di programmazione, ci rendiamo conto come niente, in Italia, sia difficile come programmare. Le società sportive troppo spesso vivono di estemporaneità o di argini tattici vincolanti. Gli investimenti sui giovani sono davvero limitati. Non si considera il valore delle applicazioni di tecnici preparati per le formazioni dei più giovani, nelle età in cui più facile risulta l’apprendimento. Il mercato globale porta poi a una saturazione dei vivai delle società professionistiche con atleti provenienti da tutto il mondo, spesso meno bravi dei giovani italiani. Le società principali non hanno stadi di proprietà (salvo la Juventus… vedremo la Roma…), impostano raramente percorsi di crescita e di interscambio con le formazioni giovanili. La regola basilare è quella del tutto subito: i tifosi si scandalizzano e protestano se le proprie squadre non vincono alla prima prova, sono insofferenti alla programmazione fatta di crescita costante e di rischi calcolati. Il tutto poi, si ripercuote nelle nazionali, dove non riusciamo a favorire l’ascesa di giovani talenti. Ma dopo tutto, se facciamo un rapido calcolo, quanti italiani giocano nelle principali squadre del mondo (fuori Italia)? Tolto Veratti al Psg, tutti gli altri sono seconde linee.

Da qui sarebbe importante trarre delle lezioni. In primis, partendo dal basso. Lo sport dovrebbe essere un grande veicolo sociale. Praticarlo dovrebbe essere un obbligo per i giovani. Vedrei bene un più produttivo scambio tra sistema scolastico e sistema sportivo, per avvicinare i ragazzi a qualsiasi sport. L’attività fisica, senza obbligo di diventare campioni, aiuta a prevenire malattie, a superare problemi di isolamento, a costruire mentalità e soggetti partecipi. Perché non provarci? La storia e la tradizione dello sport italiano dovrebbero autorizzare a essere ottimisti.

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