11 luglio 2018 22:30

CASO COIMPO ADRIA

Si amplia l’accusa per i cattivi odori

La deposizione dell'esperto di Arpav
Lo stabilimento Coimpo - Agribiofert di Ca' Emo

ADRIA – Il dato immediato è l’estensione del capo di imputazione per “getto pericoloso di cose”, relativo alla puzza che sarebbe provenuta dagli impianti, sino a settembre 2016. Una richiesta formulata nella mattinata di mercoledì 11 luglio dal pubblico ministero Sabrina Duò, nel processo aperto per le quattro morti sul lavoro avvenute nello stabilimento Coimpo – Agribiofert in località America, Ca’ Emo, Adria.

Al centro di tutto, appunto, la tragedia avvenuta a Ca’ Emo il 22 settembre del 2014, quando nello stabilimento, secondo questa ricostruzione, si levò una nube tossica che uccise quattro persone. In quelle ditte venivano trattati fanghi da depurazione, per trasformarli in fertilizzanti poi spandibili sui campi. Un trattamento nel quale è fondamentale la presenza di acido. E proprio durante la fase dello sversamento di acido nella vasca si sarebbe originata la nube tossica.

Secondo l’accusa, lo sversamento non sarebbe avvenuto nella maniera appropriata. Laddove sarebbe stato consigliabile adottare un procedimento “chiuso”, con condutture che conducessero direttamente alla vasca dei fanghi, si sarebbe optato per lo sversamento diretto nella vasca, tra l’altro senza neppure infilare il bocchettone dell’autocisterna di acido sul fondo della vasca. Queste le tesi dell’accusa.

A perdere la vita furono: Nicolò Bellato, 28 anni, di Bellombra, impiegato di Coimpo; Paolo Valesella, 53 anni, di Bindola (Adria), operaio Coimpo; Marco Berti, 47 anni, di Sant’Apollinare, dipendente Coimpo; Giuseppe Baldan, 48 anni, di Campolongo Maggiore, camionista, ossia l’autotrasportatore che secondo le risultanze delle indagini aveva, appunto, appena portato il carico di acido.

L’ipotesi di reato principale è quella di omicidio colposo che, a vario titolo e con differenti posizioni ipotizzate, viene contestata a tutti gli otto imputati: G. P., 64 anni, di Noventa Padovana, A. P., 39 anni, di Noventa Padovana, G. L., 26 anni, di Adria, chiamati in causa come amministratori di Coimpo; R. S., 54 anni, di Villadose, amministratore di Agribiofert, l’azienda che secondo la ricostruzione della polizia giudiziaria è affittuaria della vasca in questione, comunque di proprietà Coimpo; M. C., 60 anni, di Adria, dipendente Coimpo; M. F., 39 anni, di Ferrara, direttore tecnico di Agribiofert; M. L., 54 anni, originario di Adria ma residente in Romania, direttore tecnico di Coimpo; A. A., 57 anni, di Dolo (Venezia), legale rappresentante della ditta della quale risultava dipendente l’autotrasportatore deceduto. Nel medesimo processo sono presenti, per il principio della cosiddetta responsabilità amministrativa, anche le due società, Coimpo e Agribiofert.

A tutti, eccetto che al datore di lavoro dell’autotrasportatore che perse la vita quel 22 settembre del 2014, viene contestata anche l’ipotesi di reato di getto pericoloso di cose, derivante proprio dalle esalazioni che sarebbero state provocate dall’attività dell’azienda. Ipotesi che, appunto, nella mattinata di mercoledì 11 luglio è stata oggetto di una estensione del capo di imputazione.

Ma è stata estremamente importante anche l’audizione dell’ultimo dei testimoni chiamati a deporre dal pubblico ministero Sabrina Duò. Placido Bertin, dirigente di Arpav Rovigo, che si occupò sia di seguire alcune pratiche delle due aziende prima dell’incidente mortale, che di eseguire il sopralluogo il giorno della tragedia, che di prendere parte alle indagini successive. Numerose, quindi, le circostanze sulle quali è stato sentito.

Tra gli argomenti trattati, alcuni rapporti di prova relativi alla vasca A di Agribiofert, nella quale si trovavano i fanghi “solidi”, cosiddetti “palabili”. Ha affermato che, nel corso degli accessi successivi agli incidenti, sarebbero stati trovati rapporti di prova, ossia riscontri di analisi che la società faceva eseguire a laboratori di propria fiducia, relativi a periodi precedenti e nei quali si dava conto di valori di ammoniaca di svariate volte superiori al limite. Rapporti di prova che però non sarebbero mai stati trasmessi alla Provincia, come invece la normativa avrebbe voluto.

Bertin ha quindi ricordato come, all’epoca della conferenza dei servizi nel 2012 per l’autorizzazione alle emissioni di Agribiofert, si batté contro la linea, poi però risultata prevalente, secondo la quale non ci sarebbe stata necessità di autorizzare le emissioni, dal momento che queste sarebbero state poco rilevanti.

Ora, si torna in aula il prossimo 12 settembre, con il controesame, da parte delle difese, di Bertin, l’ultimo dei testi dell’accusa, per poi passare a quelli delle parti civili e delle difese. L’auspicio è di arrivare a sentenza verso fine marzo 2019.