26 giugno 2018 17:12

Pop corn, pellerossa e ruspe

I risultati del voto e il vento del cambiamento: quello della rottamazione che rottama il rottamatore e tutti suoi amici


Dall’essere “pop” ai “pop corn” è stato un passo. E Matteo Renzi l’ha compiuto dopo aver danzato sull’orlo del baratro, finendo giù. Dal fatidico referendum “o con me o contro di me” è stata una caduta verticale. Il disastro delle elezioni politiche ha fatto registrare il crollo del Pd, che ha tirato con sé anche quanto si stava muovendo alla sua sinistra. I risultati delle ultime elezioni amministrative dimostrano come il vento del cambiamento, buono o cattivo che sia, travolge i simboli che ormai vengono riconosciuti come passato. Claudio Bellan, a Porto Tolle, a cercato di travestirsi da “candidato civico”, come se non fosse da anni un politico organico del Pd. Il Pd di Adria, invece, ha messo in primo piano la faccia di qualche giovane, sperando che nessuno si accorgesse che era sempre lo stesso giro, poi ha addirittura abbracciato Barbujani, contro il quale ha lottato per un decennio. Era il nemico, è diventato l’alleato. Pura strategia che, alla fine non paga. Il voto a Roberto Pizzoli, come quello a Omar Barbierato, ha un significato chiaro: basta coi vecchi arnesi. Ad Adria la bocciatura è stata trasversale, con la stessa coalizione di centrosinistra “ufficiale” che ha pagato analogo dazio.

Ma le amministrative sono state un disastro generalizzato per il Pd, con Renzi che avrà seguito i risultati mangiando i pop corn, come in una sorta di film western in cui sai già come va a finire, perché i pellerossa perdono sempre. Il Pd è finito in una riserva indiana. E questo, a cascata anche sui livelli locali, grazie alla sapiente guida di Renzi. Perché, se i leader passano, le idee restano. Già, ma quali idee?

Il Partito democratico è ormai un cadavere ambulante, agonizzante. E il fatto che la supposta alleanza con Forza Italia sia naufragata prima ancora di prender corpo è dovuto anche al fatto che, se Atene piange, Sparta non ride, perché anche in casa azzurra si devono fare i conti con numeri sempre più bassi. Le ultime elezioni politiche hanno sancito la fine della fugace “era Renzi”, ma al tempo stesso anche il pensionamento di Berlusconi, che pur ha mostrato ancora una volta le proprie doti da comunicatore, questa volta sconfinando in un ruolo di simpatico nonnetto alla Lino Banfi, che si prometteva di tenere a bada i nipotini scalmanati. Ma, in sostanza, alle ultime politiche, come del resto anche alle amministrative, cosa hanno proposto Pd e Forza Italia, seppur su fronti opposti? Il mantenimento dello status quo. Un tranquillizzante “continueremo su questa rotta”, “va gtutto bene, avanti così”, che è forse gradito a chi è in vacanza sul suo yacht, meno a chi è in difficoltà ad arrivare a fine mese, a chi cova rancore per stipendi sempre più risicati a fronte di condizioni di lavoro sempre più disumane per la compressione dei diritti, sia perché esplicitamente messa nero su bianco dal nuovo quadro normativo, per lasciare spazio alla “flessibilità buona”, sia perché il rischio di perdere il posto di lavoro spinge ad accettare continui compromessi al ribasso.

E allora i matrimoni gay? Certo, nobile gesto. Non è, però, indubbiamente la priorità di un paese che ribolle e schiuma di rabbia. A soffiare sul fuoco di questa insofferenza diffusa e generalizzata è stato l’altro Matteo, Salvini, che in questi mesi si sta dimostrando politico di razza, in tutti i sensi, facendo valere il 17% della Lega, terzo partito, come se fosse tre volte tanto, ha giocato sporco, furbescamente, indicando come causa di tutti i mali l’immigrazione. Ha lasciato che si insinuassero risposte semplici a domande complesse. Non arrivi a fine mese? Certo, è colpa dei clandestini. Non trovi lavoro? Eh, con tutti questi migranti. Si stava meglio qualche anno fa? Per forza, io non sono razzista ma prima non c’erano tutti questi stranieri. Gocce fatte cadere giorno dopo giorno, che alla fine hanno scavato la pietra. Salvini sono anni che predica respingimenti e chiusura delle frontiere. Questo è il suo cavallo di battaglia. E su questo cavallo sta galoppando anche in questi giorni.

E quello di Renzi? Già, ve lo ricordate Renzi? Il suo tormentone, con tutta la messinscena della Leopolda, scenografie, copioni e microfonini da Ambra Angiolini. La sua parola d’ordine era la rottamazione. Ed ecco, che quanto seminato, ora raccoglie: gli effetti della sua cura si iniziano a sentire adesso. Dispiace solo che quanti fino ad oggi sono stati al suo fianco, pronti a fare sì con la testa ad assecondare ossequiosi le sue sparate fanfaronesche, non si siano accorti che la rottamazione è questo: la distruzione totale di quanto c’era prima, loro per primi. Aprendo la strada a chi davvero, nel bene o nel male, è ancora novizio della politica.

E il rottamatore che, avendo voluto fare il capo di tutto e di tutti, del Pd, del Governo e di tutti gli italiani, è stato il primo a finire dallo sfasciacarrozze come una Duna della fu Fiat, ora Fca, guidata da quel Marchionne che il giovanotto che è venuto per suonare ed è stato suonato indicava nel novero dei suoi idoli personali, strombazzando che fra il manager e un sindacalista avrebbe scelto tutta la vita. “Sindacati cattivi” contro “imprenditori buoni” è la summa del ribaltamento della linea di quella che dovrebbe essere la sinistra. Schierata con gli ultimi. E non per metterli contro i penultimi, ma per avvicinarli ai primi. Rendere le periferie più centro, offrire un lavoro stabile a chi non lo ha, offrire a chi è in basso gli strumenti per salire. E sì, anche la redistribuzione del reddito. Con la destra “sociale” che propugna la flat tax, ovvero l’abbattimento degli scaglioni a tutto vantaggio dei più ricchi, veniva anche gioco facile. Ma ormai la sinistra “responsabile e di governo”, quella “riformista”, come se fare le riforme fosse di per sé sintomo di una cosa buona mentre ci sono le riforme buone e le riforme fatte a cazzo, ha fatto una scelta di campo. Ormai da anni, dai tempi di Toni Blair. Uno dei personaggi ai quali si può ascrivere l’aver dato inizio alla fine. Tutto il resto è arrivato, per emulazione a cascata.

E anche il tema dell’Europa è stato dirimente. Chi, dal sedicente centrosinistra, ne ha accettato i vincoli ed i paletti, limitandosi a giocare su qualche percentuale, ma non contestando la linea generale fatta di austerity, di tagli alla spesa pubblica (che vuol dire meno posti di lavoro, meno opere pubbliche, meno investimenti in tutti i campi, dalla scuola alla cultura). Ecco allora che anche l’Europa diventa un boomerang: la Merkel ci affama, Macron prenditeli te questi clandestini, l’euro ci ha rovinati, chiudiamo le frontiere. Già, chiudiamo tutto. E la nuova politica costruisca pure muri. Non dimenticandosi, però, che quando c’è un muro c’è un di qua e un di là. E se si è dalla parte “sbagliata”, dopo servono davvero le ruspe.

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