22 Maggio 2018 14:08

OMICIDIO SUL PO

“Massacrata e data alle fiamme”: shock in aula

L'accusa chiede di annullare gli ergastoli
A sinistra, Paula Burci, massacrata a 19 anni. A destra, i due imputati


ROVIGO – Per tre volte sono stati condannati all’ergastolo: prima dalla Corte di Assise di Ferrara, poi dalla Corte di Assise d’Appello di Bologna, poi dalla Corte di Assise di Rovigo. Tra la seconda e la terza pronuncia, la decisione della Cassazione che, al terzo grado di giudizio, avevano riconosciuto l’eccezione di incompetenza territoriale avanzata dalle difese, rispedendo il procedimento alla fase delle indagini preliminari, a Rovigo. Qui, appunto, lo scorso 8 febbraio 2017, era arrivata la nuova condanna all’ergastolo per Sergio Benazzo, 42 anni, idraulico di Crespino, e per Gianina Pistroescu, 42 anni, romena.

Si trovano a processo per un omicidio tremendo, sconvolgente, di una brutalità che ha scosso gli stessi inquirenti. Quello di Paula Burci, 19 anni, arrivata in Italia – secondo la ricostruzione dell’accusa, con il sogno di un lavoro e finita a vendersi in strada a Ferrara. Il suo corpo, massacrato e carbonizzato, venne trovato nel marzo del 2008 sull’argine del Po a Zocca, Ferrara, da due ragazzi che stavano facendo sgambare i propri cani. Quei poveri resti vennero identificati grazie a un piccolo tatuaggio.

Su di lei si sarebbero accanite varie persone, con una furia bestiale: pugni, calci, martellate, forconate, vibrate da uomini nel pieno delle forze su corpo di una ragazzina di 50 chilogrammi. Le furono anche strappati i denti. A quale punto di questo orrore sia arrivata la morte, non si sa. Secondo gli investigatori, il pestaggio sarebbe avvenuto in Polesine, la morte forse nel tragitto in auto verso l’argine dove poi sarebbe stato dato fuoco al corpo.

Secondo i vari gradi di giudizio a ora attraversati, si sarebbe trattato di una feroce punizione. Forse scappata di mano agli aguzzini, forse sin dall’inizio messa in atto per uccidere. La giovane avrebbe pagato in questo modo il tentativo di ribellarsi alla schiavitù sessuale, dopo che era stata “ceduta” dal gruppo di Benazzo e Pistroescu a una seconda banda. Un omicidio del quale, quindi, Benazzo e Pistroescu forse non sarebbero stati i principali artefici, ma nel quale avrebbero comunque avuto parte in causa.

Una impostazione che aveva retto, a oggi, attraverso tutti i gradi di giudizio, con la parentesi della pronuncia della Cassazione che però, non entrando nel merito, pareva una formalità, destinata più che altro a riproporre tutta la trafila dei tre gradi di giudizio in Polesine, piuttosto che nel Ferrarese, ma destinato comunque, prevedibilmente, a finire alla stessa maniera. Una convinzione scossa alle fondamenta dalle richieste operate dal procuratore generale nella mattinata di martedì 22 maggio, in Corte di Appello a Venezia. Quando è arrivata una doppia richiesta di assoluzione.

E’ stata la stessa accusa a smontare le testimonianze sulle quali, a oggi, in buona parte si sono fondate le condanne. In primis quella di una compagna di cella, in Romania, di Pistroescu, una certa Serbanoiu sentita sempre e solo in videoconferenza, mai venuta in Italia per prendere parte al dibattimento. Una donna alla quale, in cella, Pistroescu avrebbe fatto confidenze su quel”omicidio. Ma anche la teste rodigina, che aveva parlato in dibattimento di quei fatti, è stata giudicata molto poco attendibile, o attendibile “a intermittenza” dal procuratore generale.

Una richiesta di assoluzione alla quale si sono associate le difese, con l’avvocato Francesca Martinolli per Benazzo e l’avvocato Rocco Marsiglia Pistroescu. La sentenza arriverà il prossimo 20 giugno.

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