17 aprile 2018 20:59

DALL'INFERNO DI AFRIN

Io, combattente per i curdi, vi racconto cos’è la guerra

Intervista a Marco, nome di battaglia “Gelhat Drakon”, in prima linea con l'Ypg

ROVIGO – Occhi scuri e profondi, voce rassicurante e sorrisi quasi malinconici. Marco si presenta così all’appuntamento in piazza XX Settembre, a Rovigo, martedì 17 aprile, per essere intervistato. E già alla prima domanda, fuori dai microfoni, un semplice “come stai?” per rompere il ghiaccio (dato che ci si vede per la prima volta), la risposta è folgorante: “Dai, mi sto riprendendo”. Basta questo a far capire che non sarà un’intervista come le altre, in cui si fanno domande quasi obbligate dalla quali ci si aspetta risposte altrettanto obbligate.
No, con Marco non è così. Perché lui è uno che ha combattuto una guerra. Sulle sue spalle di 23enne rodigino laureato a Bologna lo scorso agosto in Storia antica, c’è un carico che, fortunatamente, gran parte delle persone non può neanche lontanamente immaginare.

Marco, infatti, è tornato da pochi giorni da Afrin, in Siria, Paese che, proprio pochi giorni fa, ha subito un pesante bombardamento da parte di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. E’ stato nella città-simbolo della resistenza curda fino allo scorso 20 marzo, dopo essere partito da Rovigo il 23 settembre come volontario internazionale per combattere a fianco dei curdi nelle Unità di protezione popolare Ypg con il nome di battaglia di Gelhat Drakon. E da quando è tornato, proprio mentre ad Afrin la situazione stava precipitando, con i curdi piegati dalle forze turche e dalle milizie alleate, la sua missione è cambiata. Ora Marco si spende per la causa dei curdi raccontando la sua esperienza e facendosi portavoce di un ideale di società migliore, secondo il modello del confederalismo democratico che lui chiama “vera e propria fucina culturale” avanti anni luce sia per il Medioriente sia per la società cosiddetta “occidentale”, la nostra.
Ci crede così tanto che è arrivato al punto di prendere parte ad una guerra, in terra straniera, a fianco di un popolo in lotta da 40 anni, lontano dagli affetti più cari e rischiando la sua stessa vita. Marco ha creduto nel suo ideale e tuttora ci crede. Chi può dire altrettanto?