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L'arte secondo me

13 febbraio 2018 10:15

Nuova casa per Hastag

All'Hangar Bicocca di Milano un progetto collettivo basato sull'idea di condivisone

Negli spazi (ideati da Martino Gamper) dell’Hangar Bicocca di Milano dall’1 novembre 2017 al 14 gennaio scorso è stata allestita la mostra Take Me (i’m yours), progetto collettivo basato sull’idea di condivisione. Le opere disseminate nelle navate dell’Hangar, non più “sacre”, si possono, toccare, modificare, comprare, lasciare, scambiare e addirittura mangiare. Il fruitore può interagire direttamente con i lavori di oltre 50 artisti.

Hashtag è in piena sintonia con gli originari intenti di Hans Ulrich Obrist (HUO) e Christian Boltanski (CB). Il primo allestimento della mostra risale al 1995 alla Serpentine Gallery di Londra poi Parigi, Copenaghen, New York e Buenos Aires. L’ambizione dei due amici era quella di proporre, almeno per un momento, un progetto di arte più democratica, un’arte per tutti.
Nell’epoca dominata dall’arte finanza (Salvator Mundi docet) questo progetto offre, invece, una fruizione gratuita dell’opera d’arte che consente una relazione diretta tra artista e visitatore.

Tra le opere presenti si trovano progetti di performance, opere a disposizione dei visitatori come le caramelle di Felix Gonzales Torres (untitled) le Pins irriverenti di Gilbert and George, il poster che Maurizio Cattelan ha ricevuto in dono da Alighiero Boetti e restituisce ai visitatori.
Si possono usare stencil per spruzzare i muri dichiarando così, con Lawrence Weiner, che “l’arte di oggi ci appartiene”. Si può trasformare un vecchio abito usato in feticcio d’arte e portarlo con sé come testimonianza della dispersion concepita dallo stesso CB (ho recuperato un poetico pigiama azzurro).

Ho lasciato l’Hangar acquistando due opere di Gianfranco Baruchello (artiflex, finanziaria artiflex): in una scatola, acquistata al prezzo di vendita di 50 centesimi, c’è una moneta da 1 euro e nell’altra, acquistata al prezzo di vendita di 1 euro, c’è una moneta da 50 centesimi.
Una semplice ma radicale riflessione sul “valore reale” dell’arte. Non potevamo andarcene poi senza aver appeso il nostro desiderio negli alberi poetici di Yoko Ono; c’è scritto “Arte bene comune”.