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L'arte secondo me

08 febbraio 2018 14:57

Artefiera 2017, un’edizione viva

L'impronta del direttore artistico Angela Vettese piace e convince

L’edizione di Artefiera 2017 ha segnato un momento significativo nel percorso della storica fiera dell’arte italiana. La direzione artistica dell’evento, infatti, è stata affidata alla curatrice storica dell’arte e filosofia Angela Vettese che possiede un curriculum di altissima professionalità caratterizzato da collaborazioni con riviste del settore, docenze e importanti curatelie.

È evidente, quindi, che una fiera tradizionale, a far data dallo scorso anno, ha voluto dare un segnale di rinnovamento. Una diversa selezione di qualità in tempi in cui le accreditate concorrenti fiere di Torino (Artissima) e Milano (Miart) stanno decisamente acquistando sempre maggiori consensi. Un anno dopo il rinnovamento continua con un’esposizione elegante e compatta. Certamente non può sfuggire il fatto che non vi sono significative presenze di gallerie internazionali e mancano pure le importanti gallerie milanesi ma certamente si coglie lo sforzo curatoriale.

I due tradizionali padiglioni che distinguevano l’esposizione dell’arte moderna dalla contemporanea sono diventati oggi un unicum contaminato. Anche l’editoria ha trovato una collocazione più significativa e il programma della talk area è di respiro internazionale.
All’interno della sezione principale (main section) si distingue modernity, sezione in cui alcuni espositori hanno valorizzato il lavoro di precisi artisti. Tra questi galleria Bonomo con il lavoro dell’americana Joan Jonas, la galleria Six con Terry Atkinson (le cartoline di Trockij) e la nuova galleria Morone con il poetico lavoro di Maria Lai.

Nonostante le distrazioni del vernissage alcune opere incantano: la parete gialla da Mazzoleni con le tre opere di Castellani, Fontana e Kosuth potrebbe essere definita “tre sfumature di giallo”; il lavoro di Kiefer, alla galleria Torbandena, disegna con poche tracce di materia un’esistenziale prospettiva verso l’infinito, i libri ricamati di Maria Lai, i cani arrampicati su sedie di Paolo Grassino, quello sguardo del figlio di Paolo Ventura a cui cola un po’ di sangue dal naso.

C’è la qualità della storia negli stand di Tornabuoni e in quello presieduto da Emilio Mazzoli con la sua bombetta che convintamente difende gli artisti della transavanguardia (bellissimi Chia sono esposti anche nella galleria Bagnai). Da menzionare, anche, il solo show stand di Artea con Marcello Morandini con le sue visioni optical. Con l’amico curatore Alessandro Riva, voce del coro “dei colti detrattori della fiera”, ci troviamo d’accordo su un punto: l’apprezzamento per l’opera del cubano Lopez-Chàvez “Los sintomas del engano” (esposta alla galleria Continua). Sono piccole confezioni che contengono barattolini di veleno destinati ad artisti contemporanei.

In tempi in cui il sistema dell’arte si nutre di ipocrisie e speculazioni finanziarie si tratta sicuramente di un’opera rivoluzionaria: Artefiera è viva (nonostante i veleni).