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Questione di toga

03 ottobre 2017 18:48

La violenza sessuale e il consenso

Parallelamente alle discussioni sul caso delle due studentesse statunitensi che hanno accusato due carabinieri stupro nella notte tra il 6 e il 7 settembre, a Firenze, si è tornati a parlare della questione delle violenze sessuali e del consenso. Uno dei due militari, infatti, ha ammesso di avere avuto un rapporto con una delle due ragazze, sostenendo però che fosse consensuale. Gabriele Zanobini, avvocato di una delle studentesse, ha smentito la versione del carabiniere, spiegando che le due non erano pienamente lucide per via dell’alcol e quindi non avrebbero potuto dare il consenso per il rapporto sessuale.

Negli anni, alcune sentenze e legislazioni si sono evolute sulla base del principio che un rapporto sessuale richieda l’esplicito consenso di tutte le persone coinvolte, e che non sia necessaria la violenza o la forza per parlare di reati sessuali. Ma questo non vale ancora da tutte le parti. La “violenza sessuale” e il concetto di “consenso” non sono ovviamente due cose slegate, ma il legame non è sempre evidente, o almeno non per tutti.

Il consenso non è una sineddoche.
L’idea di consenso teoricamente è molto semplice da capire.

Oggi in Italia la condotta tipica di violenza sessuale si verifica, secondo quanto scritto all’articolo 609 bis del Codice penale, quando un soggetto “con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità” ne costringa un altro “a compiere o a subire atti sessuali”. Si verifica anche quando c’è induzione a compiere o a subire atti sessuali “abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto” o “traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona”. Il presupposto della sussistenza dei reati sessuali è la costrizione, cioè il contrasto tra la volontà di chi commette il reato e di chi lo subisce. L’ipotesi incriminatrice è una sola (“violenza sessuale”) diretta in origine a punire solo lo stupro e gli atti sessuali, ma nella prassi vi è stata fatta rientrare anche una parte consistente di reati che hanno a che fare con le molestie sessuali. “Atti sessuali” è una definizione ampia e generica (e per questi motivi anche piuttosto criticata) ma la giurisprudenza tende a includere non solo «gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente». (Cassazione penale, sez. III, sentenza 26 marzo 2007 numero 12425).

Nonostante le modifiche introdotte siano state importantissime, la legge del 1996 mantenne una delle caratteristiche fondamentali del codice Rocco: la necessaria presenza della violenza e della minaccia quali mezzi di aggressione per il riconoscimento del reato. Il modello del codice Rocco, conservato nell’attuale legge sulla violenza sessuale, può dunque essere definito un “modello vincolato”, perché oltre alla mancanza del consenso della vittima richiede il ricorso (diretto e immediato) a una serie di mezzi di costrizione.

E poi è arrivata la Cassazione. Se la disciplina legislativa dei delitti sessuali è basata sui principi di un modello vincolato, la giurisprudenza nella pratica ha superato il requisito della violenza mezzo di costrizione, avvicinandosi a un modello consensualistico. Se cioè la definizione di consenso non deriva in modo esplicito dalla norma, negli anni si è costruito un orientamento che ha consolidato una giurisprudenza del consenso che tende a tenere conto della condotta positiva e non negativa: ritiene che il consenso al rapporto sessuale debba essere pacifico, che possa essere basato su un comportamento concludente (non è cioè necessario che sia verbale) e dice che tale consenso non deve subire interruzioni poiché riguarda una sfera soggettiva in cui sono tutelate la dignità e la libertà di ciascuno e ciascuna.

Può dunque capitare che una persona in un primo momento sia d’accordo all’atto sessuale, ma che successivamente ci ripensi e manifesti il proprio dissenso (verbalmente o con un comportamento concludente: per esempio uscendo dalla stanza nella quale aveva accettato di andare). E tale revoca può essere fatta in qualsiasi momento.