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Un fiorentino in Polesine

01 ottobre 2017 17:05

Autonomia, unica soluzione gli Stati Uniti d’Europa

Da qualche parte, devo avere conservato un vecchio disco a 45 giri con un paio di struggenti canzoni in catalano che celebrano “un país que vol viure”, un paese che vuole vivere. L’esistenza di quel disco mi è tornata in mente in questi giorni, seguendo le vicende del referendum per l’indipendenza della Catalogna, che segue di pochi giorni quello del Kurdistan iracheno.

Ebbene, confesso il mio peccato: dentro di me, sono da sempre d’accordo per l’indipendenza sia del Kurdistan che della Catalogna: il primo mi è sempre apparso un popolo davvero oppresso, il cui territorio è stato spezzettato dalle astruse decisioni delle potenze coloniali. Il secondo ha evidenti differenze rispetto al resto della Spagna, è vero, ma devo ammettere che il mio pensiero è influenzato più che altro dalla guerra civile che vide la Catalogna orgogliosamente anarchica, unico esempio al mondo di Paese dove si sia tentato un esperimento sociale e politico del genere, oggetto del libro di George Orwell “Omaggio alla Catalogna”.

Ma oggi, anche guardando alle faccende di casa nostra, intendendo per casa il Veneto dove l’indipendenza non è ancora febbre, ma qualche segnale c’è, bisogna riflettere di più e meglio.
Così cerco di vedere la cosa in un’ottica europeista, che è quella che insieme al pensiero libertario fa da cornice al mio modo di vedere le vicende della politica.

Intanto distinguo fra curdi e catalani, accomunati più dalle date che da altro: troppo diverse le storie, troppo diverso il contesto. Così mi limiterò ai catalani (e ai veneti). Ebbene, in ottima compagnia (Altiero Spinelli, tanto per dire), ho sempre pensato che il futuro dell’Europa sarà l’Europa delle Regioni. Un’Europa dove le vecchie Nazioni cedano sovranità – come ha ripetuto Macron, tanto per dire, relativamente all’esercito e all’intelligence, ma anche i confini e il bilancio – da un lato verso Bruxelles e Strasburgo, dall’altro verso le Regioni e, alla base del sistema, ai Comuni.

Questo non è avvenuto, se non a tappe troppo lontane una dall’altra e troppo distanziate temporalmente. Ancora troppo forti gli Stati, troppo deboli e troppo diseguali le Regioni. Penso solo all’assurdità di Regioni a Statuto Speciale in Italia, più uguali delle altre, con privilegi che non andrebbero aboliti ma anzi tutte le Regioni dovrebbero avere. Così ora, secondo me, la storia fa pagare dazio agli Stati con il fai-da-te di alcune Regioni che tentano di diventare Stati, prendendosi quello che non è stato dato loro dall’Europa. Il bivio è evidente, ai miei occhi: o più Europa o più staterelli che per prendersi l’autonomia a cui avrebbero diritto in un continente federale, scimmiottano quelli vecchi.

Detto ciò, la questione vale per il Veneto? In parte sì, direi, e lo sa bene un governatore intelligente e federalista come Zaia. Peccato che alla base del referendum nostrano ci siano forze (sempre più) di destra, regressive, in cui la rivendicazione autonomista fa rima con razzista, se non peggio (fate voi la rima in -ista…).
Così in Veneto guarderò di nuovo verso me stesso, il mio essere libertario, per una società appunto libera e aperta. E già che ci sono anche al mio essere nato altrove, migrante dalla Toscana che qualcuno vorrebbe oltrefrontiera. E quel giorno me ne starò a casa, aspetterò un altro referendum, se mai verrà, quello per gli Stati Uniti d’Europa, dove ogni Regione abbia il suo spazio e le abnormità, le disfunzioni, i guai fatti da secoli di Stati centralisti in guerra fra loro, diventino solo un ricordo da libri di storia.