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Un fiorentino in Polesine

19 settembre 2017 10:43

Religione a scuola, tra divieti e libera concorrenza 

Sull’ultimo numero del bimestrale L’Ateorivista dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, leggo un articolo di Silvia Baldassarre, dottoranda a Padova, dedicato ad un sentenza del Consiglio di Stato sulle benedizioni pasquali a scuola.

La vicenda, riassumendo al massimo, è la seguente. Tre parrocchie di Bologna avevano chiesto di poter benedire le aule di altrettante scuole, fuori orario scolastico. Il consiglio d’Istituto dice di sì, a condizione che tutto avvenisse sotto la sorveglianza dei genitori e senza alcun obbligo di presenza degli alunni. C’è un ricorso, la vicenda finisce al Tar che annulla quella decisione: le attività di culto restino fuori dalla scuola. Il Consiglio di Stato  però rovescia la sentenza dando quindi ragione alle parrocchie: anche le attività religiose possono essere considerate attività che la scuola, centro di promozione sociale, culturale e civile, può ospitare, ovviamente non in orario di lezione. Una pronuncia alla quale la giurista autrice dell’articolo non risparmia critiche: posizione di privilegio di una sola religione.

La vicenda mi ha ricordato una mia breve polemica, che ho avviato qualche mese fa, con la preside di una scuola polesana che aveva aperto l’aula magna a un predicatore di una piccola congregazione religiosa locale, venuto a parlare dei giovani e dei rischi della cultura digitale senza specificare di quale culto era rappresentante. Io avevo protestato, la preside aveva seguito una linea che, devo dirlo, riecheggia la decisione del Consiglio di Stato. Ebbene, come ateo e nel ricordo di quella mia discussione con la preside avrei dovuto concordare con Silvia Baldassarre: niente religione a scuola, anche fuori orario. Poi qualcosa in me è entrato in dissonanza: il non credente di qua, il libertario di là. Così ho cambiato idea, e qui vi spiego perché.

La proposta delle parrocchie bolognesi dimostra solo la capacità della Chiesa Cattolica di essere presente sul territorio. Niente da vietare, se si tratta di attività libere che non influiscono sulla pagella degli alunni. Piuttosto ci sarebbe da combattere, proprio sulla scorta della sentenza in questione (la 1388 del 27.03.2017, se qualcuno volesse documentarsi ulteriormente) se non venissero accolte richieste provenienti da altre confessioni religiose: la moschea, la sinagoga, la chiesa protestante od ortodossa, il tempio buddista… pure i miei amici atei dell’Uaar. Pure il pastore polesano, pure i Testimoni di Geova. In un mondo libero, si mettano in concorrenza con la Chiesa Cattolica, come in parte già avviene per l’8 per mille. E guai al Consiglio d’Istituto che dica di no.

Poi, ma lo dico sottovoce, ho riversato questo mio pensiero su un altro tema che ha fatto già discutere molto, come la presenza dei crocifissi nelle aule delle scuole, nelle aule consiliari dei Comuni o nei tribunali. Ebbene, ho pensato, invece di chiedere di toglierli, incappando nelle sentenze contrarie che parlano di simboli della tradizione, sarebbe molto più rivoluzionario (e democratico) chiedere che vengano affissi i simboli di altre religioni, e magari una frase di Bertrand Russell tratta dal suo illuminante pamphlet “Perché non sono Cristiano”  (scusate il bisticcio con il mio nome, che non mi sono dato io). E se i presidi, i sindaci o i presidenti dei tribunali si rifiutassero allora si faccia una battaglia per la libertà e stiamo vedere cosa potranno dirne i nostri tribunali.